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BOB DYLAN - 41 ANNI DI CANZONI Il party di compleanno per Bob organizzato dal club "Forever Young" di Belluno |
Il mistero Dylan
Bob Dylan ha affascinato e continua ad affascinare, caso
unico se si eccettuano tra i suoi coetanei i Beatles ma lì si tratta
più di un fascino esclusivamente musicale e di una nostalgia per
'come era bello essere giovani' dopo 40 anni di carriera, Bob Dylan invece
è l'artista rock che più ha saputo esprimere il desiderio
di pienezza e di felicità dell'uomo, di tutti gli uomini, a tutte
le latitudini: universale bisogno.
Bob dylan parte da una tradizione, quella di Woody Guthrie
e del suo popolo, la folk song e il blues, perchè "se non hai questo
tipo di fondamenta, se non sei storicamente legato a questa tradizione,
allora ciò che fai non sarà forte come dovrà essere",
come ha detto lui stesso pochi anni fa.
Bob dylan ha fallito tutte le volte che si è allontanto
da questa tradizione di popolo, ed è lì che falliscono la
stragrande maggioranza di esponenti della musica rock di oggigiorno: perchè
essi non hanno più radici, non sono più legati a una tradizione.
Bob Dylan, per costruire la sua musica, si è addentrato
profondamente nella tradizione del suo popolo, andando a riscoprire le
sue antiche ballate e le sue canzoni, cancellate con violenza dal sorgere
della società dei consumi di massa, e ha scoperto che sotto a tutto
c'era un mistero, e qual è il mistero più grande che l'uomo
ha sempre cercato di indagare se non quello della morte: "la morte", diceva
Dylan nel '66, "non è, ovviamente, accettata universalmente. Nella
musica tradizionale la gente poteva accettare, attraverso le canzoni, che
il mistero è un fatto, un fatto tradizionale".
"L'accettazione della morte", dice invece Greil Marcus,
"che Dylan trovò nella musica tradizionale, nelle antiche ballate
della mountain music, è semplicemente l'insistenza del cantante
sul concetto di mistero come fatto inseparabile da ogni onesta concezione
di ciò che è la vita; è il terrore quieto di un uomo
che sta fissando il vuoto che lo fissa a sua volta".
Bob Dylan ha sempre eluso critici e fans: ha sfuggito
sempre ogni tentativo di rinchiuderlo nelle riserve: prima ancora che scoppiasse
il '68, lui aveva già abbandonato la politica perchè aveva
capito che essa non era la risposta; quando tutti gli attivisti, tramontati
i sogni di rivoluzione, scoprivano la fuga nel privato e nei rapporti di
coppia come ancora di salvezza, lui si era già sposato da tempo
e aveva messo al mondo quattro figli, ritirandosi in campagna e anticipando
anche le scelte ecologiste di pochi anni dopo;
quando anche il rapporto di coppia si rivela una nuova
illusione, incapace come è 1'uomo da solo a preservare intatte anche
le cose più belle, lui va al fondo delle sue radici ebraiche e si
scopre cristiano, convertendosi clamorosamente; insomma, nessuno ha mai
appiccicato Bob Bylan come si fa con un farfalla con uno spillo.
È questo che ce lo rende così affascinante
e unico, in lotta caparbiamente contro il sistema, da qualunque parte esso
sia girato, a destra come a sinistra, per difendere il valore più
profondo dell'uomo, la sua possibilità di afferrare il volto del
mistero.
La mole del lavoro di Bob Dylan, attraverso le sue canzoni,
è immensa, attraverso 40 anni di storia della musica moderna e 40
di storia della società americana moderna: essa corrisponde alla
grandezza dell'animo umano, che questo cantante ha indagato in tutte le
sue espressioni più vere e autentiche: il bisogno di una risposta
di fronte alle grandi ingiustizie dell'uomo (guerra, diritti civili, segregazione
razziale, violenza), rifiuto dei valori e dei codici imposti dalla società
borghese e benpensante; l' inevitabile fallimento dei tentativi dell'uomo
di darsi una risposta da solo; la ricerca della salvezza nella donna e
in una relazione salvifica: un po' come Dante vedeva Deatrice, Dylan ha
avuto la sua musa nella moglie Sara, tranne 1'inevitabile divorzio; le
proprie radici ebraiche e la scoperta della fede cristiana e della possibilità
di una salvezza attraverso una comunità, una chiesa; e tutto questo
attraverso lo scandaglio delle formule musicali più genuine del
suo paese, dalla canzone folk al blues, dal rock'n 'roll al gospel.
Naturalmente ognuno può scegliere di questo straordinario cammino il momento musicale e poetico che più gli aggrada, quello che sente più vicino alla propria indole, ed è la dimostrazione della grande arte "democratica" di Bob Dylan, o magari lo potrà prendere, tutto in blocco. Sicuramente non ci sarà almeno un singolo momento, scandagliato nelle sue canzoni, che non sia proprio a qualunque essere umano, a qualunque latitudine.
Il cammino poetico di Bob Dylan si riassume brevemente
in queste fasi principali.
La prima, che va pressappoco dagli esordi (1961/64) in
cui gli stilemi espressivi sono essenzialmente quelli mutuati dal linguaggio
della canzone folk e blues (elementi che rimarranno comunque in modo imprenscindibile
per tutto il percorso dell'artista, fino ai giorni nostri, ora mascherati,
ora a livello sublimale, ora palesemente avvertibili) più evidenti
elementi derivativi dalla
poetica della letteratura beat, in particolare Ginsberg
e Kerouac (momento più significativo "A hard rain's a-gonna fall")
un secondo momento (1965/66) in cui sono le sostanze allucinogene a dar
corpo alla poetica dylaniana, un vero e proprio linguaggio psichedelico
che Dylan è fra i primissimi a forgiare, un linguaggio immaginifico,
ricco di visionarietà, in cui gli elementi precedenti vengono mescolati
in totale anarchia e con un risultato felicissimo e originale, dando vita
a una influenza pressochè decisiva su tutto il linguaggio rock degli
anni successivi (momento clou "Desolation row e "Stuck inside of Mobile
with the Memphis blues again"). Un terzo momento (1974) che è quello
confinato alla scrittura di "Blood on the tracks", dove Dylan tenta una
via nuova e originale, grazie agli insegnamenti filosofici del guru Norman
Raeben, ("Mi insegnò a formulare una linea narrativa non in termini
di struttura
temporanea consequenziale, ma mischiando insieme passato,
presente e futuro in modo da ottenere un focus unico sul soggetto in questione"),
una fase sperimentale che comunque rimarrà presente ancor oggi nella
poetica dell'artista (momento clou "Tangled up in blue").
Un quarto e ultimo passaggio, quello che va dal 1989
(Oh mercy) ad oggi, in cui confluiscono tutti gli elementi sperimentati
da Dylan in precedenza, con una forte caratterizzazione letteraria e una
ricerca quasi ossessiva di ogni possibile uso della parola, smontando e
ricostruendo come un puzzle il sistema narrativo stesso della canzone,
vedi l'esempio di "Highlands" o quello recentissimo di "Love & Theft",
in cui Dylan prende a prestito elementi tra i più diversi ad opera
di altri scrittori (nonchè dalla tradizione folk e blues), incastrandoli
uno sull'altro quasi a ripetere il cut and past di William Burroughs.
Ecco come lo stesso Dylan parla di se stesso come poeta:
"Ho sempre sentito il bisogno di scrivere in rima per dire quello che avevo
bisogno di dire ma non so se definirmi un poeta, non so come mi definirebbero
TS Eliot o Keats; per me si tratta maggiormente di un bisogno di visualizzare
i miei pensieri, sarei in grado ad esempio di dire il colore di una canzone".
I testi delle canzoni rock non si possono intendere senza
la musica, hanno bisogno di essa. Anche i migliori testi di Dylan letti
senza la musica sono piuttosto deboli: il successo di un autore di testi
di canzoni non è quanto i suoi testi siano in grado di evocare Shakespeare
o Baudelaire, ma quanto lui sia in grado mettendo insieme delle parole
e una melodia di evocare dei sentimenti e delle emozioni o di formulare
un messaggio. Un messaggio che parla nel profondo al mio IO e suscita il
mio bisogno ineluttabile di avvicinarmi al Mistero. In questo, Dylan ha
centrato il bersaglio in più di una occasione.
("La poesia è tornata nei jukebox" dirà
Ginsberg parlando di Dylan; "le mie prime impressioni su Dylan avvennero
quando qualcuno mi fece ascoltare le sue prime canzoni, Masters of war
e Hard rain. Fui affascinato. Mi sembrò come se la torcia fosse
stata passata da Keoruac a una nuova generazione, che ne aveva fatto qualcosa
di assolutamente originale. Ricordo che scoppiai a piangere".
"Una canzone rock è capace di contenere tutto
il mondo", diceva un altro grandissimo critico rock americano, forse il
più grande di tutti, Greil Marcus. Per quei pochi minuti che una
canzone dura, essa ha il potere di congelare ogni cosa intorno a noi, fermare
il tempo e consegnarci a un'altra realtà; essa ci può inquietare,
porci domande, divertirci, ma ci apre a una realtà più grande
di noi.
Bob Dylan, infine, è un artista americano: "In
tutte le mie canzoni", ha detto recentemente, "non ho fatto altro che navigare
in quel grande mare che è l'America". Lo dimostra perfettamente
il recente "Love & Theft", un disco che è un compendio strepitoso
della storia della musica popolare del novecento di questa nazione. Proprio
come il suo primo disco di canzoni autografe, Freewheelin' , anche "Love
& Theft" non contiene alcuna musica originale di Bob Dylan, benchè
così non sia accreditato: tutte le canzoni, musicalmente, come si
sta appurando grazie a sempre nuove scoperte da parte di alcuni musicologi
super esperti, prendono in prestito le linee melodiche e musicali da antichi
blues, gospel, bluegrass, folk tunes ante guerra, quasi a concludere un
cerchio, a completare un cammino iniziato 40 anni prima quando Bob Dylan,
giovanissimo, cercava di imitare la voce di un vecchio che aveva vissuto
e viaggiato per le strade polverose d' America. Oggi è come se si
fosse tolto quella maschera, e il volto di Bob Dylan, oggi, è proprio
quello di quel vecchio viaggiatore misterioso che sognava di diventare
da giovane. Si è impossessato completamente dell'idioma popolare
del suo paese e lo sta misteriosamente ancora cantando e, con esso, Bob
Dylan ancora canta l'America, come nessun altro autore americano fa.
Paolo Vites
Dylan Live
Seguire il proprio istinto può portare a scelte
rischiose e certo Dylan di rischi ne ha presi molti.
Dalla svolta elettrica di Newport, al tour del '66 con
la Band con un set di canzoni che tutto dicevano ed esprimevano tranne
ciò che il suo pubblico si aspettava in quel momento, al gospel
tour del 79-80 dove sfidò il pubblico presentando solo canzoni
religiose, perché in quelle credeva in quel momento, perchè
esprimevano il suo stato d’animo (?). Non sorprendentemente, si tratta
di uno dei migliori tour di Dylan di sempre, quanto ad intensità
.
Ancora, l’approccio glamour e solo apparentemente ‘superficiale’
del 78, le canzoni riarrangiate in modo forse un po pomposo, con tanto
di fiati e percussioni, cui fu presto affibbiato lo sprezzante appellativo
di ‘Las Vegas sound’.
E ancora, l’approccio da puro rock and roller del 1986,
accompagnato da quella che probabilmente era allora la miglior r'n'r band
del momento, gli Heartbreakers).
Nel corso degli anni scelte molto diverse fra loro,
quindi, e stili poco riconciliabili. Alcuni naturalmente possono piacere
più o meno di altri, ma a prescindere da ogni valutazione di ‘gradimento’,
il vero punto è che non furono mai forzate, dettate da qualsivoglia
regole. Sono sempre state scelte convinte, partecipate, sentite.
Questo spiega perché Dylan è un’artista
da palcoscenico, molto più che da studio di registrazione, dove
ha sempre cercato di non restare un minuto più del necessario, spesso
anche meno… Gli album registrati ‘dal vivo’ , senza troppe sovraincisioni
e/o molteplici ripetizioni dei brani, non si contano (valga l'esempio di
Street legal, per tutti).
E la sua sfera live è quasi sempre stata ben distinta
da quella dei dischi. Molti dei suoi album, appena usciti, spesso non hanno
avuto un’adeguata promozione dal vivo. E non l’hanno avuta semplicemente
perché a Dylan non importava. Quando Dylan va su un palcoscenico,
lo fa (entro certi limiti) per presentare musica che per lui, in quel preciso
momento, ha un senso cantare e suonare, che ha un significato, qualunque
esso sia, qualunque sia la canzone, sua o di altri. Non si spiegherebbe,
altrimenti, l’ampio ricorso a cover che nel corso degli anni hanno costellato
le scalette dei suoi concerti (2002, Neil Young, Rolling Stones, Warren
Zevon… 2001-99, tutti i country- gospel….. 92-96, i Grateful Dead, ecc...).
Se queste sono le premesse, non credo sia esagerato affermare
che la produzione ufficiale di Dylan non è assolutamente sufficiente
a ‘raccontare tutta la storia’. Se Dylan (molto più di chiunque
altro ) è un artista in continuo movimento, evoluzione, la comprensione,
seppur parziale, del suo fenomeno, non può certo essere limitata
all’ascolto dei dischi ufficiali, per quanto rappresentativi essi possano
essere.
Ed è curioso, nonché alquanto deludente,
che un artista con queste caratteristiche abbia pubblicato pochi album
dal vivo, e spesso, tra l’altro, frutto di scelte quanto meno discutibili,
perché non sempre rappresentative. Basti pensare che del NeverEndingTour
(ultimi 15 anni) non è stato pubblicato niente se non alcune
canzoni sparse in qualche raccolta.
Scegliere i 100 migliori concerti di un artista così
originale è un’operazione sicuramente arbitraria e soprattutto non
definitiva. Perché niente è definitivo con Dylan, ma può
servire da guida a chi si avvicina alla musica di Dylan per la prima volta,
così come a chi lo conosce già da un po’, facendogli
magari riscoprire concerti o tour che al primo ascolto sono stati sottovalutati
. Si perché, con Dylan, l’ascolto di un concerto è un’esperienza
unica che richiede particolare attenzione. Dylan, infatti ci può
sorprendere improvvisamente come nel caso di concerti mediocri ‘riabilitati’
anche da una sola canzone.
Proprio per questo, ho cercato di rappresentare tutti
i tour. Mi fossi attenuto al titolo in modo letterale (I cento concerti
imperdibili di Bob Dylan), probabilmente avrei incluso parecchi concerti
di determinati anni e nessuno di altri. Non mi è sembrato giusto.
Lo scopo, in fondo, è quello di divulgare e far conoscere l’importanza
della sua musica. Ed essendo Dylan un artista a 360°, era necessario
includere anche gli anni ed i tour a mio parere meno validi da un punto
di vista artistico, perché indispensabili per comprendere l’artista
nella sua totalità.
Alessandro Cavazzuti
clicca qui per il link ad un articolo del Corriere delle Alpi sull'evento
clicca qui per le foto dell'evento
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