

"Da Dylan ho imparato a dire quello
che mi pare" (Lucio Battisti, "Registrazione", dall'album "E Già",
1982).
Lucio Battisti scopre Bob Dylan,
restandone folgorato, alla metà degli anni '60 durante un tour che
Lucio sta tenendo in Germania ed Olanda come musicista del gruppo de "I
Campioni" di Roby Matano.
Battisti è a quel tempo
ancora (e soltanto) un giovane chitarrista appassionato di musica che sta
tentando la difficile scalata al successo.
Nato a Poggio Bustone, paesino
in collina in provincia di Rieti, il 5 marzo del 1943, solo pochi anni
prima di quel tour europeo con "I Campioni" studiava da perito industriale
(si diploma nel '62) ma contemporaneamente - grazie alle lezioni dell'amico
Silvio Di Carlo, elettricista del suo paese - si era dedicato allo studio
della chitarra con una tenacia ed una dedizione tali che già lasciavano
intuire il luminoso sentiero che la sua incredibile carriera di lì
a pochi anni avrebbe intrapreso.
Quella stessa chitarra che - vuole
la leggenda - il padre gli avesse sfasciato sulla testa non volendo sentir
parlare di carriera da musicista e desiderando per il figlio una normale
e più sicura vita impiegatizia.
"Ero un ragazzino tranquillo -
ricordò Lucio - giocavo con niente, con una matita, con un pezzo
di carta e sognavo. Le canzoni sono venute più avanti. Ho avuto
un’infanzia normale, volevo fare il prete, servivo la messa quando avevo
quattro, cinque anni. Poi però una volta, siccome parlavo in chiesa
con un amico invece di seguire la funzione (sono sempre stato un grosso
chiacchierone), un prete ci ha dato uno schiaffo a testa. Magari dopo sono
intervenuti altri elementi che mi hanno allontanato dalla chiesa, ma già
con questo episodio avevo cambiato idea”.
Roby Matano era amico di Lucio.
Si erano conosciuti a Milano, dove Lucio si era trasferito da Roma in cerca
di fortuna (nella Capitale si era trasferito con la famiglia da Poggio
Bustone nel 1950).
Roby, che è stato tra l'altro
il produttore di Gino Paoli, Don Backy e Paolo Conte, all'epoca era il
cantante-bassista e caporchestra de "I Campioni". Questo era uno dei gruppi
più attivi nei primi anni sessanta, oltre ad essere il gruppo
di spalla del Numero Uno degli "urlatori", l'allora celebre Tony Dallara,
che era però partito per il servizio militare ed aveva quindi lasciato
orfani i "Campioni".
Ad un certo punto Roby fu nella
necessità di dover trovare un nuovo chitarrista per il suo gruppo.
Aveva optato in un primo tempo per Alberto Radius (altro amico di Battisti,
famoso tempo dopo con il suo gruppo, la "Formula 3", con molti successi
scritti proprio da Lucio).
La cosa però non andò
in porto sia perchè Radius non sembrava convinto della proposta
di Roby, sia perchè - poco dopo - Roby aveva cambiato idea quando
aveva notato un giovane chitarrista di belle speranze, Lucio Battisti,
che militava nel gruppo dei "Satiri".
Ricorda Matano: "...Una sera del
1963 alla "Cabala", locale romano frequentato dai divi del cinema, notai
un chitarrista che aveva un modo particolare di suonare... Ero talmente
entusiasta di lui che gli feci un'offerta ... Il suo nome era Lucio Battisti...
Andammo a suonare in Germania ed in Olanda. Passavamo le giornate intere
ad ascoltare Bob Dylan...".
"Lucio Battisti e Roby Matano stettero
in Germania ed in Olanda un mese intero. Lucio era molto eccitato... Allontanandosi
dall'Italia si ascoltavano cose dell'altro mondo. Di sera Lucio e Roby
suonavano ma di giorno stavano attaccati alla radio. Scoprirono Bob Dylan,
il vate della canzone di protesta americana, e il gruppo inglese degli
"Animals" che avevano ripreso dal primo album di Bob Dylan un brano tradizionale,
"The house of the rising sun", in una versione acida ed elettrica che avrebbe
spinto poi lo stesso Dylan a modernizzare il suo approccio. E questo approccio
nuovo avrebbe a sua volta influenzato tutti: la forma della ballata folk
americana, rivestita dai musicisti inglesi di sonorità inaudite,
indicava una strada percorribile in tutto il mondo (...) Battisti respirava
quei suoni nuovi che si stavano scoprendo e rifaceva a orecchio qualsiasi
cosa, accordi, arpeggi, e pasticciando un inglese maccheronico si ricantava
tutto a memoria..." (Gianfranco Salvatore - L'arcobaleno, Ed. Giunti).
Così Lucio e Roby assimilavano,
suonavano, cantavano. Ogni pomeriggio se ne andavano in giro a cercare
quei dischi nei negozi. Ritornarono in Italia gasatissimi... Chissà
se si poteva (nella canzone italiana) metterci dentro un po' di Dylan e
di Beatles, in una prosa italiana, con un respiro ed un sentimento nostro...
Lucio ascoltava Dylan & Co.
anche sulle frequenze di Radio Luxembourg. "Era un ascolto difficoltoso:
il segnale arrivava sporco, andava e veniva, spariva e ritornava. Si cercava
di registrare quel che si poteva, sistemando un microfono davanti alla
radio, con i vecchi registratori portatili dell'epoca, le cui bobine duravano
al massimo un quarto d'ora. Andava sempre a finire che i pezzi più
interessanti risultavano mutilati, con quelle bobine che si riempivano
subito. Quando si cercava di rifare i brani si rimaneva sempre col dubbio:
sarà così o non sarà così. Per riprodurre quei
pezzi ci si doveva sottoporre a vere e proprie filologie, come decifrando
antichi manoscritti consunti dal tempo: parliamo di Beatles, di Rolling
Stones, di Dylan". (Gianfranco Salvatore - L'arcobaleno, Ed. Giunti).
Battisti si rende subito conto
della forza dirompente di Bob Dylan, della sua voce, della sua musica e
dei
suoi testi.
Fin dai suoi primi tentativi (quando
scriveva sia la musica che i testi delle sue canzoni, prima dell'incontro
con il paroliere Mogol) e fino alle sperimentazioni con Pasquale Panella,
Lucio è stato il musicista, autore e cantante, che più di
ogni altro in Italia si è spinto alla ricerca di nuove formule,
di nuove forme di espressione musicale, sempre aperto alle novità,
sempre teso a rivoluzionare la forma-canzone, i cui fondamenti all'esordio
di Battisti erano ancora per lo più quelli caratteristici della
canzone melodica italiana legata alla struttura classica degli anni '40
e '50 (quella delle canzoni di Nilla Pizzi, Luciano Tajoli e Claudio Villa).
Quando Battisti conosce Giulio
Rapetti, in arte Mogol, questi si rende subito conto dell'enorme potenziale
di quel giovane musicista dall'accento romanesco, allo stesso tempo
sicuro di sè ma abbastanza umile da ammettere: "Quello che ho scritto
finora non è granchè...". "Con
te faremo qualcosa di diverso", gli dice Mogol, "Per te scriverò
testi diversi dal solito, sperimentali, non guarderemo solamente al lato
commerciale... Faremo dei tentativi di portare avanti un discorso nuovo
e poi succeda quel che succeda".
La rivoluzionarietà di Dylan
non può dunque passare inosservata a Lucio che ne coglie immediatamente
l'enorme portata innovativa. E' tra i primi a portare in Italia i dischi
di Dylan, a diffonderli, a farli conoscere agli altri musicisti... "Lucio
fu tra i primissimi a parlare con i suoi amici, come ad esempio Pietruccio
Montalbetti dei Dik Dik, di certi cantautori americani ed inglesi ancora
misteriosi, di Bob Dylan, di Donovan e di alcuni complessi che creavano
cose diverse sia dai Beatles che dai Rolling Stones, complessi come gli
Animals...".
Battisti comincia ad acquistare
i dischi di Dylan proprio all'estero (in Italia Dylan è ancora praticamente
sconosciuto), durante il tour con i "Campioni", tra Amsterdam e L'Aja.
"Bob Dylan", "The Freewheelin'
Bob Dylan", "The Times They Are A-Changin'", "Another Side Of Bob Dylan",
"Bringing it all back home". Sono i primi capolavori del folksinger americano.
Battisti scopre un mondo nuovo (parallelamente diventerà anche un
assiduo ascoltatore degli epigoni/amici di Dylan, dai "Byrds" a Donovan...).
Battisti comincia a cantare e suonare una, dieci, cento volte i pezzi di
Dylan, ne studia la musica, gli accordi, la tecnica, la voce. Mario Campora,
gestore del "K599", famoso dancing di Varazze, così ricorda Battisti:
"Nel corso di un'audizione a Milano scritturai il quartetto dei "Campioni",
un gruppo che si distingueva per l'ottimo sound e per la straordinaria
tecnica dei musicisti. Battisti, che faceva parte del gruppo, già
allora componeva canzoni che eseguiva spesso nel corso della serata. Il
tempo libero pomeridiano lo trascorreva studiando ed esercitandosi assiduamente
alla chitarra. Ricordo che prediligeva le canzoni del nuovo idolo americano
Bob Dylan. Passava tutti i pomeriggi a esercitarsi e a studiare: con la
chitarra era un autentico virtuoso, e adorava ripetere all'infinito i brani
di Dylan."
"Blowin' in the wind", "A hard
rain's a-gonna fall", "Masters of war", "Don't think twice it's all right",
"The Times They Are A-Changin'", "With God On Our Side", "It ain't me babe",
"Mr. Tambourine Man", "All I really want to do", sono alcuni dei primi
grandi brani che Battisti assimila dall'ascolto di quei dischi. Proprio
"All I really want to do" vedrà in parte coinvolto anche Lucio e
proprio con il suo amico Roby Matano. Nel 1967 infatti Roby incide il brano
di Dylan per un 45 giri. La versione italiana si intitola abbastanza letteralmente
"Ciò che voglio" (Edizioni Durium, Novembre '67) e vede l'apporto
di Battisti il quale partecipa al brano come corista e chitarrista.



Ma già con la sua prima canzone pubblicata, "Se rimani con me", interpretata dai "Dik Dik" per una compilation estiva (allora molto in voga) dal titolo "Canzoni sulla spiaggia", Battisti mescolava lo yè yè che furoreggiava in quel periodo con una sensibilità dylaniana che risultava evidente dalle improvvise svisate di organo e dagli assoli di armonica (nota: il testo - alquanto banale - è firmato, così come la musica, dallo stesso Lucio Battisti che però in realtà di questo brano scrisse solo la musica. Le parole erano di Roby Matano che però non poteva firmare in quanto non iscritto alla SIAE e fece dunque firmare a Battisti anche il testo, "pro forma").
Anche la quarta canzone pubblicata
della coppia Battisti/Mogol, dal titolo "Le ombre della sera", interpretata
dai "Profeti" di Renato Brioschi, era un brano fortemente debitore nei
confronti del filone folk/rock alla Byrds/Dylan.
Sempre nel 1966 Riki Maiocchi,
già leader del gruppo "I Camaleonti", firma un contratto da solista
con la Cbs e decide di chiedere la collaborazione di Battisti e Mogol.
Nasce così "Uno in più", ballata di protesta molto raffinata
che diventa subito un grande successo. Il testo si rifà alla cosiddetta
"Linea Verde", movimento che si ispira alle canzoni di protesta di Bob
Dylan e Joan Baez... "Un brano accattivante sia nella strofa che nel ritornello
e che sembra rifarsi pure nella musica e nella struttura a Dylan &
Co., con l'aggiunta magari di un po' di beat...". Ecco quanto è
stato scritto al riguardo:""In quell'autunno 1966 Mogol fu protagonista
di una singolare avventura artistica, che aveva i tratti di un movimento
di idee ma che in effetti non voleva esserlo, limitandosi invece ad inquadrare
un gruppo di autori ed artisti che in quel periodo sentivano la necessità
di esprimersi su determinate tematiche. La "Linea Verde", così venne
definita, si ispirava di fatto al grande successo ed alla grande popolarità
che le canzoni di protesta americane di Bob Dylan, Pete Seeger, Joan Baez,
Phil Ochs avevano riscosso anche presso il pubblico giovanile italiano,
e si proponeva di riprendere i temi del pacifismo e della fratellanza in
maniera propositiva, senza limitarsi ad una denuncia che sembrava avere
agli occhi di Mogol, il quale intervenne più volte nel dibattito
generatosi sulla questione, un carattere meramente demolitorio e distruttivo.
"Uno in più", scritta da
Battisti e Mogol, fu una specie di battistrada per questo tipo di canzoni,
con un testo che invitava ad unirsi ad un gruppo di persone che, presumibilmente,
non avendo altre possibilità di richiamare l'attenzione sul proprio
disagio esistenziale lo esprimeva attraverso il canto, genericamente inteso
come mezzo di aggregazione sociale. Eravamo ben lontani dalla profondità
e dalla visionarietà delle denunce di Dylan, e proprio questa genericità
della protesta innescò una polemica tra altri autori italiani che
invece avevano scelto di esporsi molto più chiaramente nelle loro
canzoni affrontando le tematiche pacifiste ed antinucleari, come ad esempio
Luigi Tenco e Francesco Guccini."
Anche sul secondo 45 giri di Battisti
"Luisa Rossi" (1967) compare un brano con ascendenze dylaniane, quel piccolo
gioiello intitolato "Era", "realizzata con due chitarre ed una spinetta,
e che richiama alla mente le ballate acustiche di Dylan e Donovan, con
il classico accento sui bassi della chitarra che detta l'ossatura ritmica
della canzone" (Amodio/Gnocchi/Ronconi - "Innocenti Evasioni", Ed. Giunti).
Nel 1968 è la volta di un
altro 45 giri, "L'esquimese", interpretato questa volta dai "Dik Dik".
E' una cover dell'allora molto celebre brano di Dylan "The Mighty Quinn
(Quinn The Eskimo)", eseguito tra l'altro da Dylan al celebre concerto
dell'Isola di Wight del 1969 e pubblicato sull'album "Self Portrait". Il
brano viene tradotto in italiano da Mogol e Lucio Battisti ne è
produttore, arrangiatore, corista e musicista ("L'esquimese" - parole di
Mogol, musica di Bob Dylan - 45 giri Ricordi - aprile 1968).


Il fotogramma qui sotto è tratto dal videoclip di "Sì, viaggiare" dove Lucio "posa" davanti ad un'immagine di Dylan dalla copertina dell'album "Another side of Bob Dylan".
"Da Dylan ho imparato a dire
quello che mi pare"
Fonti:
"Battisti Talk" di Francesco Mirenzi
(Ed. Castelvecchi)
"Pensieri e parole" di Luciano
Ceri (Ed. Tarab)
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