LUCIO BATTISTI E DYLAN
di Michele Murino

"Da Dylan ho imparato a dire quello che mi pare" (Lucio Battisti, "Registrazione", dall'album "E Già", 1982).
Lucio Battisti scopre Bob Dylan, restandone folgorato, alla metà degli anni '60 durante un tour che Lucio sta tenendo in Germania ed Olanda come musicista del gruppo de "I Campioni" di Roby Matano.
Battisti è a quel tempo ancora (e soltanto) un giovane chitarrista appassionato di musica che sta tentando la difficile scalata al successo.
Nato a Poggio Bustone, paesino in collina in provincia di Rieti, il 5 marzo del 1943, solo pochi anni prima di quel tour europeo con "I Campioni" studiava da perito industriale (si diploma nel '62) ma contemporaneamente - grazie alle lezioni dell'amico Silvio Di Carlo, elettricista del suo paese - si era dedicato allo studio della chitarra con una tenacia ed una dedizione tali che già lasciavano intuire il luminoso sentiero che la sua incredibile carriera di lì a pochi anni avrebbe intrapreso.
Quella stessa chitarra che - vuole la leggenda - il padre gli avesse sfasciato sulla testa non volendo sentir parlare di carriera da musicista e desiderando per il figlio una normale e più sicura vita impiegatizia.
"Ero un ragazzino tranquillo - ricordò Lucio - giocavo con niente, con una matita, con un pezzo di carta e sognavo. Le canzoni sono venute più avanti. Ho avuto un’infanzia normale, volevo fare il prete, servivo la messa quando avevo quattro, cinque anni. Poi però una volta, siccome parlavo in chiesa con un amico invece di seguire la funzione (sono sempre stato un grosso chiacchierone), un prete ci ha dato uno schiaffo a testa. Magari dopo sono intervenuti altri elementi che mi hanno allontanato dalla chiesa, ma già con questo episodio avevo cambiato idea”.
Roby Matano era amico di Lucio. Si erano conosciuti a Milano, dove Lucio si era trasferito da Roma in cerca di fortuna (nella Capitale si era trasferito con la famiglia da Poggio Bustone nel 1950).
Roby, che è stato tra l'altro il produttore di Gino Paoli, Don Backy e Paolo Conte, all'epoca era il cantante-bassista e caporchestra de "I Campioni". Questo era uno dei gruppi più attivi  nei primi anni sessanta, oltre ad essere il gruppo di spalla del Numero Uno degli "urlatori", l'allora celebre Tony Dallara, che era però partito per il servizio militare ed aveva quindi lasciato orfani i "Campioni".
Ad un certo punto Roby fu nella necessità di dover trovare un nuovo chitarrista per il suo gruppo. Aveva optato in un primo tempo per Alberto Radius (altro amico di Battisti, famoso tempo dopo con il suo gruppo, la "Formula 3", con molti successi scritti proprio da Lucio).
La cosa però non andò in porto sia perchè Radius non sembrava convinto della proposta di Roby, sia perchè - poco dopo - Roby aveva cambiato idea quando aveva notato un giovane chitarrista di belle speranze, Lucio Battisti, che militava nel gruppo dei "Satiri".
Ricorda Matano: "...Una sera del 1963 alla "Cabala", locale romano frequentato dai divi del cinema, notai un chitarrista che aveva un modo particolare di suonare... Ero talmente entusiasta di lui che gli feci un'offerta ... Il suo nome era Lucio Battisti... Andammo a suonare in Germania ed in Olanda. Passavamo le giornate intere ad ascoltare Bob Dylan...".
"Lucio Battisti e Roby Matano stettero in Germania ed in Olanda un mese intero. Lucio era molto eccitato... Allontanandosi dall'Italia si ascoltavano cose dell'altro mondo. Di sera Lucio e Roby suonavano ma di giorno stavano attaccati alla radio. Scoprirono Bob Dylan, il vate della canzone di protesta americana, e il gruppo inglese degli "Animals" che avevano ripreso dal primo album di Bob Dylan un brano tradizionale, "The house of the rising sun", in una versione acida ed elettrica che avrebbe spinto poi lo stesso Dylan a modernizzare il suo approccio. E questo approccio nuovo avrebbe a sua volta influenzato tutti: la forma della ballata folk americana, rivestita dai musicisti inglesi di sonorità inaudite, indicava una strada percorribile in tutto il mondo (...) Battisti respirava quei suoni nuovi che si stavano scoprendo e rifaceva a orecchio qualsiasi cosa, accordi, arpeggi, e pasticciando un inglese maccheronico si ricantava tutto a memoria..." (Gianfranco Salvatore - L'arcobaleno, Ed. Giunti).
Così Lucio e Roby assimilavano, suonavano, cantavano. Ogni pomeriggio se ne andavano in giro a cercare quei dischi nei negozi. Ritornarono in Italia gasatissimi... Chissà se si poteva (nella canzone italiana) metterci dentro un po' di Dylan e di Beatles, in una prosa italiana, con un respiro ed un sentimento nostro...
Lucio ascoltava Dylan & Co. anche sulle frequenze di Radio Luxembourg. "Era un ascolto difficoltoso: il segnale arrivava sporco, andava e veniva, spariva e ritornava. Si cercava di registrare quel che si poteva, sistemando un microfono davanti alla radio, con i vecchi registratori portatili dell'epoca, le cui bobine duravano al massimo un quarto d'ora. Andava sempre a finire che i pezzi più interessanti risultavano mutilati, con quelle bobine che si riempivano subito. Quando si cercava di rifare i brani si rimaneva sempre col dubbio: sarà così o non sarà così. Per riprodurre quei pezzi ci si doveva sottoporre a vere e proprie filologie, come decifrando antichi manoscritti consunti dal tempo: parliamo di Beatles, di Rolling Stones, di Dylan". (Gianfranco Salvatore - L'arcobaleno, Ed. Giunti).
Battisti si rende subito conto della forza dirompente di Bob Dylan, della sua voce, della sua musica e dei
suoi testi.
Fin dai suoi primi tentativi (quando scriveva sia la musica che i testi delle sue canzoni, prima dell'incontro con il paroliere Mogol) e fino alle sperimentazioni con Pasquale Panella, Lucio è stato il musicista, autore e cantante, che più di ogni altro in Italia si è spinto alla ricerca di nuove formule, di nuove forme di espressione musicale, sempre aperto alle novità, sempre teso a rivoluzionare la forma-canzone, i cui fondamenti all'esordio di Battisti erano ancora per lo più quelli caratteristici della canzone melodica italiana legata alla struttura classica degli anni '40 e '50 (quella delle canzoni di Nilla Pizzi, Luciano Tajoli e Claudio Villa).
Quando Battisti conosce Giulio Rapetti, in arte Mogol, questi si rende subito conto dell'enorme potenziale di quel giovane  musicista dall'accento romanesco, allo stesso tempo sicuro di sè ma abbastanza umile da ammettere: "Quello che ho scritto finora non è granchè...".  "Con te faremo qualcosa di diverso", gli dice Mogol, "Per te scriverò testi diversi dal solito, sperimentali, non guarderemo solamente al lato commerciale... Faremo dei tentativi di portare avanti un discorso nuovo e poi succeda quel che succeda".
La rivoluzionarietà di Dylan non può dunque passare inosservata a Lucio che ne coglie immediatamente l'enorme portata innovativa. E' tra i primi a portare in Italia i dischi di Dylan, a diffonderli, a farli conoscere agli altri musicisti... "Lucio fu tra i primissimi a parlare con i suoi amici, come ad esempio Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik, di certi cantautori americani ed inglesi ancora misteriosi, di Bob Dylan, di Donovan e di alcuni complessi che creavano cose diverse sia dai Beatles che dai Rolling Stones, complessi come gli Animals...".



Battisti comincia ad acquistare i dischi di Dylan proprio all'estero (in Italia Dylan è ancora praticamente sconosciuto), durante il tour con i "Campioni", tra Amsterdam e L'Aja.
"Bob Dylan", "The Freewheelin' Bob Dylan", "The Times They Are A-Changin'", "Another Side Of Bob Dylan", "Bringing it all back home". Sono i primi capolavori del folksinger americano. Battisti scopre un mondo nuovo (parallelamente diventerà anche un assiduo ascoltatore degli epigoni/amici di Dylan, dai "Byrds" a Donovan...). Battisti comincia a cantare e suonare una, dieci, cento volte i pezzi di Dylan, ne studia la musica, gli accordi, la tecnica, la voce. Mario Campora, gestore del "K599", famoso dancing di Varazze, così ricorda Battisti: "Nel corso di un'audizione a Milano scritturai il quartetto dei "Campioni", un gruppo che si distingueva per l'ottimo sound e per la straordinaria tecnica dei musicisti. Battisti, che faceva parte del gruppo, già allora componeva canzoni che eseguiva spesso nel corso della serata. Il tempo libero pomeridiano lo trascorreva studiando ed esercitandosi assiduamente alla chitarra. Ricordo che prediligeva le canzoni del nuovo idolo americano Bob Dylan. Passava tutti i pomeriggi a esercitarsi e a studiare: con la chitarra era un autentico virtuoso, e adorava ripetere all'infinito i brani di Dylan."
"Blowin' in the wind", "A hard rain's a-gonna fall", "Masters of war", "Don't think twice it's all right", "The Times They Are A-Changin'", "With God On Our Side", "It ain't me babe", "Mr. Tambourine Man", "All I really want to do", sono alcuni dei primi grandi brani che Battisti assimila dall'ascolto di quei dischi. Proprio "All I really want to do" vedrà in parte coinvolto anche Lucio e proprio con il suo amico Roby Matano. Nel 1967 infatti Roby incide il brano di Dylan per un 45 giri. La versione italiana si intitola abbastanza letteralmente "Ciò che voglio" (Edizioni Durium, Novembre '67) e vede l'apporto di Battisti il quale partecipa al brano come corista e chitarrista.



La metà degli anni Sessanta è un periodo di grande fermento. I complessi italiani guardano con estrema attenzione alle nuove correnti musicali provenienti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Dylan, Beatles, Byrds, Animals sono alcuni degli artisti più influenti e più "copiati". Lucio Battisti diventa ben presto l'autore cult di questi complessi italiani, il preferito ed il più richiesto, in un periodo in cui non ha ancora deciso di cantare in prima persona ma di limitarsi all'attività di autore. Lucio scrive a getto continuo una serie impressionante di successi per questi gruppi: Ribelli, Profeti, Balordi, Hollies, Rokes, Formula 3, Camaleonti, Dik Dik, Equipe 84. "Dolce di giorno", "Per una lira", "Uno in più", "29 Settembre" (un brano che rivoluziona la canzone italiana), "Nel cuore, nell'anima", "Il vento", "Non è Francesca", "Io vivrò (Senza te)", "Questo folle sentimento", "Eppur mi son scordato di te", tra gli altri.
Proprio a proposito dell'influenza di Dylan e dei "Byrds" su Battisti e sui gruppi italiani dell'epoca è stato scritto: "In realtà i Byrds furono strumenti di una sottile ed inconsapevole strategia propagandistica: perchè in agguato dietro di loro, e pronto a saltare in groppa a tutti i beat italiani, c'era Bob Dylan. Aveva perfino suonato a Roma al "Folkstudio", ma non se n'era accorto nessuno. Allora non si sapeva, perchè i "Byrds" erano i "Byrds" e guai a chi dissentiva, ma era lui, non loro, l'autore di "Mr. Tambourine Man". Il pur informatissimo Ricky Gianco solo nel '67 mise le mani su un suo classico, "Just like a woman". Arrivò prima il solito Mogol che nel '66 tradusse "Like a rolling stone" in "Come una pietra che rotola" e la diede a Gianni Pettenati. Ma erano tutti in ritardo. Già nel '63 era uscito in America il primo capolavoro del Vate, "The Freewheelin' Bob Dylan", contenente tesori come "Blowin' in the wind", "Masters of War", "A hard rain's a-gonna fall" e "Don't think twice, it's all right". Lucio Battisti era uno dei pochissimi a conoscere quei pezzi grazie ai dischi presi durante la prima tournée all'estero dei "Campioni", gruppo in cui militava...".
Dichiarò a tal proposito proprio Pietruccio Montalbetti dei "Dik Dik": "Mi ricordo che Battisti si era innamorato delle canzoni di Dylan, si era comprato tutti i suoi dischi e si faceva vedere poco in giro. Noi amici lo cercavamo ma Lucio ci diceva sempre che aveva da fare, che stava lavorando, che stava scrivendo cose nuove. Poi ad un certo punto, e tutti noi ce lo ricordiamo benissimo ancora adesso, si rifece vivo e ci disse testualmente queste parole: "Amici, ho capito tutto. A regà, sò troppo forte, me faccio paura! L'importante non sono gli accordi, ma i rivolti degli accordi, trovare i rivolti giusti, quelli che ti danno il suono". E questo lo aveva imparato da Dylan".
Battisti è ormai sicuro di sè, assolutamente conscio del proprio genio che di lì a pochissimo tempo
esploderà in tutta la sua forza ed originalità. Arriva al limite della "spacconeria" tanto che qualcuno lo
critica per la sua eccessiva "presunzione" (ma non è presunzione, solo consapevolezza). Dopo un'edizione della manifestazione canora "Il cantagiro" (una gara tra cantanti ispirata al Giro d'Italia ciclistico), dove si piazza al quarto posto, Lucio dichiara spavaldo: "I tre che si sono piazzati prima di me, tra qualche anno non li ricorderà nessuno, mentre io sarò al primo posto delle classifiche". Cosa che puntualmente avviene.
Nel Luglio del 1966 arriva l'atteso momento dell'esordio canoro di Lucio Battisti (fino a quel momento solo autore per altri cantanti), che riprende due brani già portati al successo dai "Ribelli" e dai "Dik Dik", rispettivamente "Per una lira" e "Dolce di giorno" (la seconda con un'armonica molto dylaniana). L'immagine di copertina del 45 giri vede Lucio di spalle mentre abbraccia una ragazza. La foto ricorda per scelta di Battisti quella stampata sul secondo album del suo idolo Dylan, "The freewheelin' Bob Dylan".

Ma già con la sua prima canzone pubblicata, "Se rimani con me", interpretata dai "Dik Dik" per una compilation estiva (allora molto in voga) dal titolo "Canzoni sulla spiaggia", Battisti mescolava lo yè yè che furoreggiava in quel periodo con una sensibilità dylaniana che risultava evidente dalle improvvise svisate di organo e dagli assoli di armonica (nota: il testo - alquanto banale - è firmato, così come la musica, dallo stesso Lucio Battisti che però in realtà di questo brano scrisse solo la musica. Le parole erano di Roby Matano che però non poteva firmare in quanto non iscritto alla SIAE e fece dunque firmare a Battisti anche il testo, "pro forma").



Anche la quarta canzone pubblicata della coppia Battisti/Mogol, dal titolo "Le ombre della sera", interpretata dai "Profeti" di Renato Brioschi, era un brano fortemente debitore nei confronti del filone folk/rock alla Byrds/Dylan.
Sempre nel 1966 Riki Maiocchi, già leader del gruppo "I Camaleonti", firma un contratto da solista con la Cbs e decide di chiedere la collaborazione di Battisti e Mogol. Nasce così "Uno in più", ballata di protesta molto raffinata che diventa subito un grande successo. Il testo si rifà alla cosiddetta "Linea Verde", movimento che si ispira alle canzoni di protesta di Bob Dylan e Joan Baez... "Un brano accattivante sia nella strofa che nel ritornello e che sembra rifarsi pure nella musica e nella struttura a Dylan & Co., con l'aggiunta magari di un po' di beat...". Ecco quanto è stato scritto al riguardo:""In quell'autunno 1966 Mogol fu protagonista di una singolare avventura artistica, che aveva i tratti di un movimento di idee ma che in effetti non voleva esserlo, limitandosi invece ad inquadrare un gruppo di autori ed artisti che in quel periodo sentivano la necessità di esprimersi su determinate tematiche. La "Linea Verde", così venne definita, si ispirava di fatto al grande successo ed alla grande popolarità che le canzoni di protesta americane di Bob Dylan, Pete Seeger, Joan Baez, Phil Ochs avevano riscosso anche presso il pubblico giovanile italiano, e si proponeva di riprendere i temi del pacifismo e della fratellanza in maniera propositiva, senza limitarsi ad una denuncia che sembrava avere agli occhi di Mogol, il quale intervenne più volte nel dibattito generatosi sulla questione, un carattere meramente demolitorio e distruttivo.
"Uno in più", scritta da Battisti e Mogol, fu una specie di battistrada per questo tipo di canzoni, con un testo che invitava ad unirsi ad un gruppo di persone che, presumibilmente, non avendo altre possibilità di richiamare l'attenzione sul proprio disagio esistenziale lo esprimeva attraverso il canto, genericamente inteso come mezzo di aggregazione sociale. Eravamo ben lontani dalla profondità e dalla visionarietà delle denunce di Dylan, e proprio questa genericità della protesta innescò una polemica tra altri autori italiani che invece avevano scelto di esporsi molto più chiaramente nelle loro canzoni affrontando le tematiche pacifiste ed antinucleari, come ad esempio Luigi Tenco e Francesco Guccini."
Anche sul secondo 45 giri di Battisti "Luisa Rossi" (1967) compare un brano con ascendenze dylaniane, quel piccolo gioiello intitolato "Era", "realizzata con due chitarre ed una spinetta, e che richiama alla mente le ballate acustiche di Dylan e Donovan, con il classico accento sui bassi della chitarra che detta l'ossatura ritmica della canzone" (Amodio/Gnocchi/Ronconi - "Innocenti Evasioni", Ed. Giunti).
Nel 1968 è la volta di un altro 45 giri, "L'esquimese", interpretato questa volta dai "Dik Dik". E' una cover dell'allora molto celebre brano di Dylan "The Mighty Quinn (Quinn The Eskimo)", eseguito tra l'altro da Dylan al celebre concerto dell'Isola di Wight del 1969 e pubblicato sull'album "Self Portrait". Il brano viene tradotto in italiano da Mogol e Lucio Battisti ne è produttore, arrangiatore, corista e musicista ("L'esquimese" - parole di Mogol, musica di Bob Dylan - 45 giri Ricordi - aprile 1968).



Mogol aveva tra l'altro tradotto e adattato diverse canzoni di Dylan come "La risposta è caduta nel vento" ("Blowin' in the wind") interpretata da Luigi Tenco (e dai "Kings"),  "Mister Tamburino" ("Mr. Tambourine Man") interpretata da Don Backy, "Come una pietra che rotola" ("Like A Rolling Stone") interpretata da Gianni Pettenati (e dai "Wretched").
Ecco un passo tratto da "Mogol - Musica e Poesia" (Ed. Hobby & Work): "Durante la breve ed effimera esperienza della "Linea Verde", Mogol fu in Italia uno dei pochi traduttori autorizzati di Dylan. Dopo aver curato alcune tra le sue più note canzoni, Mogol interruppe il suo rapporto di collaborazione con Bob Dylan nel 1966, come lui stesso ebbe modo di raccontare parlando del loro primo ed unico incontro, avvenuto a Londra nel corso della tournée europea del cantautore americano: "Avevo un contratto per il quale Dylan prevedeva di accettare o meno le mie versioni che fino a quel momento aveva sempre approvato. Lui ci teneva molto a quello che facevo, per cui le leggeva tutte ; io avevo cominciato con "Blowin' in the Wind", e lui mandava ogni volta un telegramma di accettazione all'editore. Poi il suo discorso divenne più sfumato, meno comprensibile, ed io cercavo nelle traduzioni di metterci qualcosa di mio per ovviare a questo fatto. Di una canzone non riuscivo poi proprio a capire il senso delle parole ("Ballad of a thin man", nda) ; allora feci una traduzione dove cambiai completamente il testo. Ricevetti un telegramma che mi imponeva di rifarlo; io mi rifiutai; allora l'editore parlò con Dylan per designare un nuovo traduttore; e Dylan rispose che preferiva avere un incontro con me; per cui fui invitato a Londra. Ci fu un approccio strano: mi lasciò in anticamera per venti minuti, mentre schitarrava in un'altra stanza. A un certo punto io dissi che me ne tornavo in Italia e subito lui mi ricevette: "Io so come scrivi, mi disse, io so chi sei, e quindi sono sempre stato molto gratificato dal fatto che tu traducessi le mie canzoni, però io sono Dylan e tu sei Mogol, tu devi fare quello che dico io." Io risposi che ero perfettamente d'accordo sui doveri di un traduttore, ma che un autore non poteva tradurre una cosa che non capiva e lo pregai di spiegarmi che cosa intendeva dire e mi rispose, con un sorriso, che non lo sapeva nemmeno lui. Si alzò, prese la canzone che era un po' il pomo della discordia tra me e lui, e la stracciò sotto i miei occhi. "Lasciamo perdere, disse, forget it for Italy"; la buttammo via; e questo fu un modo garbato per esprimere la voglia di continuare la nostra collaborazione.
Mogol ribadì la storia in un'intervista televisva mandata in onda in "Tg2 dossier - Serata pop" nel mese di giugno 1999: "Avevo tradotto diverse canzoni di Bob Dylan e non avevo mai avuto difficoltà con i suoi testi... Poi però arrivò quella canzone che per me era incomprensibile, credo si chiamasse "Mister Johnson" (qui Mogol naturalmente si confonde con "Ballad of a thin man"... L'errore nasce dal fatto che nella canzone Dylan parla di un certo Mister Jones), proprio non riuscivo a capirne il significato; allora incontrai Dylan a Londra e gli dissi: "Guarda o me la spieghi o io non sono in grado di farne una versione italiana". Dylan mi rispose: "Ah, quella? Beh! Non l'ho capita nemmeno io...".
Ed ecco un altro brano tratto da "Mogol - Umanamente uomo" di Giammario Fontana. Domanda: "A proposito di Bob Dylan, come fu il vostro incontro? Risposta: "Abbastanza movimentato. Mi ricordo una lunga anticamera nel suo ufficio ed un colloquio relativo alla versione in italiano di alcune delle sue canzoni più significative. Ne emerse l'impossibilità di sviluppare ulteriormente la collaborazione, perchè Bob riteneva che i miei testi non esprimessero adeguatamente la matrice originale dei suoi brani. Aveva ragione, il mio modo di rendere le sue canzoni in italiano inevitabilmente risentiva della mia firma, discostandosi dal suo spirito".


In conclusione ecco alcune dichiarazioni di Lucio Battisti a proposito di Dylan stralciate da varie interviste: Domanda: Tra i cantanti stranieri quali preferisci? - Battisti: "Bob Dylan, Ray Charles, Donovan, Beatles, Led Zeppelin e Otis Redding. La mia formazione musicale la devo a loro, a tutto quanto ho assimilato dai loro dischi... - Domanda: "Da dove derivano le tue canzoni?" - Battisti: "Le mie canzoni riecheggiano la musica folk nordamericana, ma credo che sia una cosa del tutto logica, dato che sono proprio quelli gli autori che preferisco. Gente che ha qualcosa da dire, perchè l'importante non è solamente rinnovare i testi, ma soprattutto il sound... Adoro Bob Dylan, l'ho studiato a lungo, mi sono ispirato a lui ma ora l'ho volutamente dimenticato... Ma quello che conta è l'influenza che Bob e la sua musica hanno esercitato sulla mia personalità..."

Michele Murino

Il fotogramma qui sotto è tratto dal videoclip di "Sì, viaggiare" dove Lucio "posa" davanti ad un'immagine di Dylan dalla copertina dell'album "Another side of Bob Dylan".


"Da Dylan ho imparato a dire quello che mi pare"

 

(Lucio Battisti, "Registrazione")


Fonti:
"Battisti Talk" di Francesco Mirenzi (Ed. Castelvecchi)
"Pensieri e parole" di Luciano Ceri (Ed. Tarab)
 
 




 


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