Quelli che seguono sono alcuni stralci dai capitoli "Vento dei vecchi tempi"
e "Renaldo e chi?", entrambi tratti dalla biografia di Joan Baez dal titolo "And a voice to sing with".


Ten years ago I bought you some cufflinks
You brought me something
We both know what memories can bring
They bring diamonds and rust

Dieci anni fa ti comprai dei gemelli
tu mi portasti qualcosa
Sappiamo entrambi cosa possono portare i ricordi
portano diamanti e ruggine

Joan Baez


 
 
Vidi per la prima volta Bob Dylan nel 1961, al Gerde's Folk City nel Grenwich Village. Non faceva particolarmente impressione. Aveva l'aria di un ragazzotto di montagna da poco arrivato in città, coi capelli corti intorno alle orecchie e riccioluti in cima alla testa. Mentre suonava, saltellava da un piede all'altro e la chitarra lo faceva sembrare più piccolo. Portava una giacca in pelle lisa , di due misure più piccola. Le guance erano paffute, con poco dignitose tracce di pinguedine infantile. Ma la bocca era assassina: morbida, sensuale, da bambino, nervosa e reticente. Le parole delle sue canzoni le sputava fuori. Erano originali e fresche per quanto brusche e grezze.

Venne verso il mio tavolo ed avvenne lo storico evento del nostro incontro. Avrei voluto che Michael sparisse, si dissolvesse nell'aria. Avrei voluto essere libera di complimentarmi con Bobby, ma non potevo, sotto lo sguardo critico e sospettoso di Michael. Non c'era dubbio: quel ragazzo era eccezionale, sapeva toccare il cuore della gente, e aveva appena cominciato a toccare il mio.

Il secondo racconto che ho di lui è all'uscita di Gerde's, un'altra sera; il suo viso bianco e tondo sotto il berretto di velluto da ferroviere, che mi domanda dove sta mia sorella Mimi. Ero un pò gelosa del suo interesse per lei, ma feci finta di niente, risi e lo stuzzicai. Sembrava molto piccolo e molto giovane. Avevo solo sei mesi più di lui, ma mi sentivo sua madre.

Di ritorno a Big Sur, certi amici della East Coast mi dissero che Big Albert (Grossman, il manager di Bob, nota di Napoleon) s'era messo in contatto con Bob e nel mondo musicale circolava la voce che Bob sarebbe diventato "Grande". Io avevo qualche dubbio. "Più grande di Elvis Presley", mi garantirono gli amici. "Ma voi siete matti!", fu la mia risposta, ricordando quel tipo sciatto e trasandato, che tirava fuori le parole delle canzoni borbottando con voce nasale. "Già", mi disse uno di loro "e sai qual è la prima cosa che Dylan ha fatto, quando hanno cominciato a parlargli di tutti i soldi che avrebbe potuto guadagnare? S'è appartato tutto solo in un angoletto e s'è messo a scarabocchiare una lista di quelli che erano suoi amici, perchè, se fosse diventato ricco, avrebbe avuto bisogno di saperlo".

Now I see you standing with brown leaves falling all around and snow in your hair
Now we're smiling out the window of that crummy hotel over Washington Square...

Ora ti vedo in piedi con foglie marroni che cadono tutto intorno e neve nei tuoi capelli
Ora stiamo sorridendo dalla finestra di quello squallido albergo su Washington Square

Lo squallido alberghetto che dava su Washington Square costava dodici dollari a notte. Non c'era servizio in camera e la clientela abituale era per lo più di drogati, spacciatori, transessuali in transito, giovani alcolizzati e altra dubbia gentaglia di strada di New York.
Comperai a Bobby una giacca nera di una taglia grande che gli andava quasi bene . Lui sulle prime s'era mostrato molto diffidente ma alla fine aveva ceduto anche a una camicia bianca e meraviglia delle meraviglie a un paio di gemelli da polso con una strana pietra viola, opaca e grumosa. Mi stavo rendendo conto di essere sul punto di innamorarmi.

Eravamo seduti nella nostra camera a rispondere alle domande dei giornalisti sulle nostre rispettive carriere. Forse quel pomeriggio fu la volta che mi sentii più vicina a Bob: aveva occhi antichi come Dio ed era fragile cone una foglia d'inverno.

Vivevamo un mito, nei bassifondi del Village. Giravamo per quelle strede ventose  e facevamo la prima colazione di pomeriggio in MacDougal Street.

Il fiato ci usciva dalla bocca in bianche nuvolette che restavano sospese nell'aria
e parlando strettamente per me avremmo anche potuto morire lì, in quel momento

Mi sentivo sempre molto lusingata quando Bob divideva con me una delle sue bizzarre immagini e mi chiedeva che cosa significava secondo me. Se indovinavo lui ribatteva: "E come cazzo hai fatto a saperlo?". Una volta dietro sua richiesta e per suo divertimento gli diedi la mia interpretazione personale di tutta una sua canzone. Bob parve molto colpito. Poi disse: "Sai, quando creperò, la gente sicuramente darà un'interpretazione di merda alle mie canzoni. Interpreteranno ogni fottuta virgola. Loro non sanno che cosa vogliono dire le mie canzoni. Merda, non lo so neanch'io".

In seguito ci sarebbero state volte in cui avremmo cantato insieme, avremmo riso, scherzato, folleggiato, parlato, in cui saremo andati al cinema, in motocicletta, in cui avremmo dormito insieme. Eppure mai più dopo quel giorno al Village avrei provato la naturalezza di stare semplicemente con lui e sentire che niente di quello che facevamo o dicevamo doveva essere soppesato, ripensato.

Bob aveva una moto, una Triumph 350 e spesso la prendevo per girare tra i boschi di Woodstock e per le vie secondarie, a volte con Bob sul sellino posteriore. Restammo a Woodstock quasi tutto il mese, Bob sempre alla macchina per scrivere che stava in un angolo di camera sua, bevendo vino rosso fumando e pestando instancabimente per ore sui tasti. A volte si svegliava nel cuore della notte grugniva afferrava una sigaretta e si dirigeva a tentoni verso la macchina per scrivere. Sfornava canzoni al ritmo d'una telescrivente e io gliele rubavo appena le aveva scritte.

Anche se non avrei mai voluto essere il tipo che si appiccicava a Bob tuttavia ero ferocemente possessiva. Una sera eravamo al ristorante con Mimi, Dick e qualche altro amico. A un certo punto Bob attirò l'attenzione di una pivellina, una nuova venuta, che sedeva all'altro capo del locale e guardava verso il nostro tavolo con aria implorante. Bob le ricambiò l'occhiata e Mimi e io ci mettemo a chiocciare come due galline arrabbiate, facendo commenti maligni sul pallore di quella poveretta , sulla sua espressione infelice e anche un pò folle, sul suo tipico abbigliamento tutto sbrindellato. Sapevo che quando si ubriacava Bob stava male di stomaco perciò continuavo a riempirgli il bicchiere finchè gli occhi non gli diventarono rossi e annebbiati poi gli offrii un dolce. Appena finiva un dessert gliene cacciavo subito un altro sotto il mento. Lui allora faceva il broncio e lo guardava con un'aria sconsolata come se avesse voluto che sparisse, poi lo mangiava e cercava di mandarlo giù con altro vino e altro caffè. Alla fine la ragazza dietro le occhiate sempre più insistenti di Bob veleggiò attraverso la sala e approdò senza tanti complimenti al nostro tavolo e si sprofondò goffamente su una sedia sempre con gli occhi inchiodati su di lui. Bob era sbronzo, lusingato, disgustoso e villano.
La mia rabbia era duplice. Per il cinqunata per cento ero gelosa dell'attenzione di Bob per la ragazza ma per l'altro cinquanta ero gelosa dell'attenzione della ragazza per Bob. Mi faceva male constatare che quello sguardo d'adorazione di solito riservato a me si riversava in quel momento su quell'ubriaco sbronzo seduto accanto a me. Andai alla toilette delle signore e diedi in escandescenze. Mimi si arrabbio con Bob e poi ricordo di essere rimasta fuori sulla strada aspettando che Bobby venisse da me e mi dicesse qualcosa di carino come "Scusami non so che cosa m'è successo. Come ho potuto essere tanto stupido quando l'unica cosa che desidero è stare con te. Ma Bob invece non faceva che ripetere che lo stomaco gli faceva male da morire e che cazzo aveva mangiato... (...) Lo riportai a casa e davanti alla porta dovetti svegliarlo e praticamente portarlo a letto dove piombò subito in qualcosa di molto simile al sonno del giusto.

Un pomeriggio durante la mia tourneè arrivai nel parcheggio di un albergo e dissi a Bob se voleva andare a registrarci alla reception. Quando mi avvicinai al banco venni accolta con calore ma il direttore guardava tutt' altro che di buon occhio Bob.
"Avete anche una stanza per il mio amico?" chiesi. No, non ce l'avevano.
Bob stava curiosando intorno a un posacenere a colonnina all'altro capo dell'atrio e se lo si guardava con occhio artistico aveva l'aria di un poeta ma se lo si guardava con occhio poco avvezzo poteva sembrare un vagabondo. Rimasi in preda ad un attacco di rabbia protettiva finchè la direzione non rimediò una stanza anche per Bob, cosa che avvenne solo dopo che ebbi dichiarato che me ne sarei andata se non avessereo trovato una bellissima stanza per Mister Dylan. Mi scusai con Bob che però mi rispose che non gliene importava assolutamente niente. Ma quella sera, alla fine del concerto aveva già scritto un intera canzone intitolata "When the ship comes in". Era risentita, vendicativa, forte e lirica.

Niente avrebbe potuto esprimere meglio le idee della nostra generazione di "The times they are a-changin'. Il movimento per i diritti civili era in pieno boom e la guerra che avrebbe lacerato gli Stati Uniti, che avrebbe diviso ferito e segnato irreparabilmente milioni e milioni di persone stava avanzando verso di noi come un terribile uragano. Quando quella guerra cominciò io avrei combattuto contro di essa insieme con altre migliaia di persone. Bob ci sarebbe venuto meno per altre cose ma prima che la prima pallottola venisse ufficialmente sparata Bob aveva già riempito il nostro arsenale di canzoni come "A hard rain's a-gonna fall", "Masters of war" "The times they are a-changin'", "With God on our side" e infine "Blowin' in the wind", una canzone che ha resisitito agli anni sessanta ed è diventata tutto, dal canto da intonare vicino al fuoco nei camping dei Boy scouts tedeschi al motivo dell'Hyatt House Muzak, al più famoso inno della coscienza sociale di tutto il mondo.

Lasciai Woodstock e andai a Carmel Valley dove anche tu, Bob, pensavi di venire a stare dopo un pò. Tu, Mimi e Dick (nota di Napoleon: la sorella di Joan e suo marito) mi guardaste partire; mi hanno poi riferito che tu sei andato direttamente dal treno a una cabina telefonica e hai cahiamato Sara (nota di Napoleon: futura moglie di Bob). Ignorando perfino che esistesse una Sara io me ne andavo tutta felice carica di ricordi, canzoni, qualche illusione e una camicia da notte azzurra che avevo trovato in un armadio in casa di Albert (nota di Napoleon: Albert Grossman, manager di Bob) e che tu mi avevi detto magnanimamente che potevo tenere. Dodici anni dopo quando finalmente conobbi Sara e diventammo anche amiche, parlammo per ore di quei giorni in cui l'Original Vagabond, cioe' tu, divideva il suo tempo tra noi due. Dissi a Sara che Bob non m'era mai sembrato un tipo da fare troppi regali ma che una volta mi aveva lasciato tenere una bella camicia da notte che avevo trovato a Woodstock. "Ah", esclamò allora Sara "ecco dove era andata a finire!".

Quando mi raggiungesti nella Carmel Valley prendemmo a frequentare le coffee house di Cannery Row, girammo in macchina su e giù per la costa di Big Sur e comprammo un piano verticale per duecento dollari. Tu stavi in piedi davanti ai finestroni della cucina con la tua macchina per scrivere posta sopra a una struttura di adobe che ti arrivava all'altezza della vita e dava sulle colline. Scrivesti "Love is just a four-letter word" e "The lonesome death of Hattie Carroll" tra le altre cose e una sera chiacchierando mangiasti tutta la carne di uno stufato che avevo cucinato lasciando solo la verdura e le patate per gli altri.
Durante quel mese d'estate tu e io parlammo allegramente del nostro futuro. Accennammo perfino a un bambino. Credo che gli avessimo anche scelto il nome: Shannon. Ricordo che un giorno tornato a Woodstock mi telefonasti e mentre alle tue spalle si sentivano dei rumori che parevano di una festa mormorasti qualcosa a proposito di matrimonio. Ricordo che ti dissi no. Non era stata una vera proposta. Era il segutio senza impegno dei nostri scherzi che avrebbero anche potuto portare all'unione senza impegno di due vite in un matrimonio senza impegno. Questo è quanto ricordo io. Ma sono sicura che il tuo ricordo sarà molto diverso ammesso che tu ne abbia uno.

Una volta chiesi a Bob come fosse arrivato a scrivere "Masters of war". Lui mi rispose che l'aveva fatto perchè sapeva che si sarebbe venduto bene. Io non mi bevvi quella risposta allora e non la bevo neanche oggi.

Eravamo all aperto da qualche parte. Io strappavo dei fili d'erba preoccupata all'idea che le nostre strade si stessero allontanando e prendendo direzioni molto diverse. Gli chiesi che cosa ci rendesse diversi e lui rispose che era semplice, che io pensavo di poter cambiare le cose mentre lui sapeva che era impossibile. La sua osservazione mi inquietò.

Il tour inglese del '65 finì con Bob a letto malato dopo un'improvvisata puntata in un ristorante esotico per cena (...) Non ero stata invitata in camera sua ma andai comunque a cercargli un regalo. Mio padre e mia madre che erano venuti a Londra per assistere al mio debutto alla Royal Albert Hall mi accompagnarono per i negozi. Gli comperai una camicia di Vyella color azzurro scuro e con grande trepidazione andai a bussare alla sua porta senza essere stata espressamente invitata. Venne ad aprirmi Sara che non avevo mai visto prima e che era stata fatta arrivare in volo dagli Stati Uniti per curare Bob. Avevano tutti evitato accuratamente di dirmelo. Sara mi prese il pacchetto di mano, con un aria paziente e stupita sul suo bel visetto, sbattè gli occhioni neri, mi ringraziò a bassa voce e richiuse l'uscio.

Prima che la scena cominciasse (nota di Napoleon: una scena del film Renaldo and Clara) io e Bob scendemmo sulla riva di un laghetto. Era una fredda giornata autunnale col sole basso in un cielo grigio. Io ero a piedi nudi e Bob e io ci fermammo sotto un albero a parlare tranquillamente non ricordo di cosa, come due persone qualsiasi. Per un attimo fu come se fossimo tornati indietro nel tempo a quando avevamo diciannove anni con le foglie scure che cadevano attorno a noi e la neve che si posava sui capelli. Sapevo che quel momento magico sarebbe svanito appena ci fossimo voltati ma non mi importava. Tornammo sulla collina a girare la scena. Davanti alla cinepresa mi misi a dire tutto quello che mi passava per la testa. Chiesi a Bob perchè non mi aveva mai detto di Sara e che cosa pensava sarebbe stato di noi se in quel tempo lontano ci fossimo sposati. Bob non era molto bravo a improvvisare, perciò risposi da sola alle mie domande. Dissi che non avrebbe funzionato perchè io ero troppo politicizzata e perchè lui diceva troppe bugie e Bob rimase là con la mano sulla sbarra a sorridere imbarazzato perchè non sapeva cos'altro fare anche se quello che avevo detto non doveva essere certo una novità per lui.

Durante la Rolling Thunder Revue, un giorno mi vestii come Bob fin nei minimi particolari con cappello a fiori e sciarpa, gilè e camicia, sigaretta in bocca, barba dipinta e stivaletti da cowboy. Entrai nella stanza dove Bob stava girando il suo film, mi avvicinai a una guardia di sicurezza e imitando la voce di Bob dissi "dammi una tazza di caffè". Il caffe comparve in un millesimo di secondo. "Dammi una sigaretta"  e subito una sigaretta accesa si materializzò davanti a me a rispettosa distanza.
"Ti è piaciuto?" chiesi alla guardia con la mia voce sorridendogli.
"Cristo, ma allora eri tu Joan?"
"Uhu, non ero uno shcianto?"
Perfino Bob rimase impressionato. Così facemmo una buffa scena che finiva con me che cantavo come Bob Dylan la canzone che avevo scritto per Sara (nota di Napoleon: una canzone dal titolo "Still waters at night" che parlava della paura di Sara di stare su un ponte sospeso sull acqua). Bob faceva la parte di un cantante sconosciuto che cercava di imitare Bob Dylan e io facevo la parte di Bob Dylan e mi comportavo villanamente con il cantante sconosciuto. Sara entrò per caso nella stanza, piegò la testa da un lato e si mise a ridere. Poi si sedette a guardarci con quel suo strano sguardo velato. Finii la mia canzone, feci qualche secca osservazione alla Dylan e la scena finì.

La tournee della Rolling Thunder Revue si trascinava piuttosto ingloriosamente da qualche parte nel nord ovest. In definitiva avevo visto ben poco Bob perciò mi stupii quando venne al tavolo dove stavo cenando con dell'altra gente. Lui voleva convincermi a prolungare il tour dicendo che non dovevamo fare altro che continuare a fissare concerti lungo la West Coast e poi dovunque volessimo andare. Disse che eravamo il più grande spettacolo itinerante mai visto. Gli risposi che volevo andare a casa. "Perchè, cosa c'è a casa che non ci sia nella Rolling Thunder?"
"Mio figlio e il mio giardino. E un sacco di cose da fare."
"Davvero? E quali?"
"Cominciare a ridiventare sana di mente tanto per dirne una."
"Non vorrai venirmi a raccontare che a casa tua sei meno pazza che qui, dai."
Stava mandando giù qualcosa da un bicchiere del bagno dell'albergo e cominciava a barcollare.
"Possiamo prenderci un sacco di cameriere, insegnanti, tutori e roba del genere e starcene in giro per sempre. E' magnifico per i bambini. Diventerebbero una piccola masnada. Non posso farcela senza di te Joanie."
Mi suonava eccitante. Lui intanto continuò con una incredibile tirata su quanto io fossi meravigliosa e speciale. Anzi ero l'unica e tutti gli altri non avevano mai contato niente. Non significavano un cazzo di niente.
"Sei tu che conti!" decretò annuendo con aria definitiva.
"Grazie Bob e tu sei urbiaco".
Lui continuò ancora per un pò con quel tono poi finì su un ginocchio solo frugandosi in tasca in cerca di un temperino dicendo che dovevamo diventare fratelli di sangue. Aveva fatto scattare in fuori la lama del coltello e cercava inutilmente di incidersi un polso. Gli dissi di aspettare un momento e mi feci dare dal cameriere un coltello da bistecca ben affilato e pulito, lo immersi nello scotch e feci due tagli sulla nostra pelle profondi perchè ne fluisse qualche goccia di sangue, poi unimmo i nostri polsi. Bob annuì felice e sbronzo che era per la vita.
"Che cosa è per la vita Bob?"
"Tu e io" rispose lui con aria seria.


"And the winds of the old days will blow through my hair..."


MAGGIE'S FARM

sito italiano di Bob Dylan

HOME PAGE
Clicca qui

 


 
 

--------------------
è  una produzione
TIGHT CONNECTION
--------------------