Il ragazzo era in macchina con la madre, il New Jersey era
quello che è sempre stato: anonimi agglomerati industriali e potenti
colline, grigi sbalzi vicino Terryville, e strade larghe verso Asbury Park,
che sfumano in paesaggi intimamente decembrini. Dall’autoradio la WMCA
gracchiava la sua musica.
Ci siamo: un colpo di rullante e “Once upon a time you
dressed so fine…”. L’anima del ragazzo traballa irrimediabilmente, è
presa a calci ancora e ancora, e poco (nulla) importa se la madre, guardandolo,
dice perentoria: “Quel tizio non sa cantare”. Povera donna, non ama il
rock, ma non è solo quello: dentro di sé, istintivamente,
avverte che quella voce anfetaminica rappresenta un pericolo per il cucciolo
che sta portando a spasso.
Ma lui, il cucciolo, sa bene che non è così:
madre e figlio, istinti diversi. Lui sente che quel tizio è un irresponsabile,
innocente e sadico insieme, la sua musa deve essere malata, gli detta (urlando
o sussurrando, sicuramente non con tono affabile) parole che lo turbano.
Quella voce è una minaccia reale, quindi decide di comprare il disco.
Era un tardo agosto del 1965, e il colpo di rullante
era (è) quello che dà il via a Like a Rolling Stone.
Il tizio che non sapeva cantare era Bob Dylan, che con
quella canzone metteva subito le cose in chiaro. La piazzava in apertura
di Highway 61 Revisited, disco uscito dopo lo scandaloso tradimento del
folk, consumato (in correità con la Butterfield Blues Band) a Newport
qualche tempo prima.
In quel disco c’era Guthrie con in mano la chitarra di
Keith Richards, Walt Whitman che litigava con Orlovsky per un giro di banjo,
e tanta tanta poesia acida e Blues come mai si era sentito prima.
E non era ancora nulla, forse anche perché in
quegli anni di cose da fare ce n’erano parecchie: c’era il Village da incendiare,
e lui lo fece a modo suo, infettandolo con il malsano olezzo della sua
precoce ossessione per la morte; c’era da drogarsi, e lo fece; capitava
anche di sposarsi, e Dylan sposò Sara, anche se poi, dopo (mi pare)
nove anni e cinque figli, la fine e Blood On The Tracks; c’era da bussare
alla porta del paradiso, e lui ci portò un paio di amici (non dovessero
aprire, si fa festa fra di noi); c’era da diventare una rock star di fama
planetaria, e….beh lo sappiamo tutti.
Un disco via l’altro ha scucito l’aria, ha eliminato
il dubbio: la canzone può essere poesia? Sì, può.
Punto e basta.
Perduto e ritrovato per strade battute da folgoranti
esibizioni e laceranti crisi mistiche. Angelo e verme, viso contorto in
ebbrezza di canzoni gemelle di quell’inquietudine il cui tormento è
privilegio (non concesso ma) riservato solo ai grandi. Famelico dissipatore
di fede e di inganni, redento dalle torbide spirali di un successo potenzialmente
distruttivo.
Dylan suonerà a Roma il prossimo 1 novembre. Ci
vediamo lì.
Dimenticavo: il ragazzo impallinato da Like a Rolling
Stone mentre girava in macchina con la madre, era il sedicenne Bruce Springsteen.