Artist n. 2
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I fantasmi di Manchester
di Michele Murino
(estratto da "The Artist n.2)
"Play fucking loud!!!". Con questa frase entrata ormai
nella leggenda del Rock un Bob Dylan rabbioso si rivolse a Robbie Robertson
ed ai suoi "complici", membri di "The Hawks" (la futura "The Band", immortalata
nel celebre film "The Last Waltz" di Martin Scorsese) prima dell'esecuzione
di una rovente Like a rolling stone che riversò sul pubblico inglese
una travolgente marea sonica dalla dirompente ed inarrestabile potenza
dopo la velenosa incitazione di Dylan: "Suonate fottutamente forte!!!"
("Play fucking loud!!!", per l'appunto).
Era il 17 maggio del 1966. Il luogo: la "Free Trade Hall"
di Manchester, Inghilterra.
"Complici" abbiamo scritto. Ma qual era il "crimine"
di cui si erano macchiati questi talentuosi ragazzotti canadesi guidati
dall'anfetaminico Dylan della metà degli anni 60, l'artista che
"indicava la strada" (come ebbe a dire John Lennon) e che solo un anno
prima aveva gettato alle ortiche la sua chitarra acustica, con la quale
aveva rinnovato la musica folk, imbracciando una lucente chitarra elettrica
e spiazzando al Festival di Newport del 1965 i suoi fans "fondamentalisti",
i cosiddetti puristi del folk che solo anelavano di ascoltare le dolci
ballate inglesi, irlandesi ed appalachiane o quelle impegnate e politiche
di Woody Guthrie e Pete Seeger, tra gli altri, che costituivano la base
dei primi lavori del giovane Dylan?
Il crimine in questione era stato il "tradimento" di Dylan, il rinnegato vendutosi al sistema per far soldi e diventato nel giro di un anno e di un paio di album una rockstar con tanto di occhiali scuri, abbigliamento "punk" ed atteggiamenti da divo e che aveva, a dir loro, rinnegato gli ideali ed i vecchi amici pur di arricchire e diventare un'icona della musica rock.
Quella sera del 17 maggio del '66, a Manchester, la contestazione che aveva accompagnato il tour inglese di quell'anno raggiunse l'apice quando iniziò una vera e propria guerra a distanza tra il pubblico da una parte e Dylan and The Hawks, dileggiati, fischiati e contestati dai fans inglesi nel set elettrico della seconda parte dello show,dall'altra.
Finchè uno spettatore più intraprendente
degli altri si rivolse direttamente a Dylan gridando a pieni polmoni il
celebre insulto: "Judas!!!", entrato anch'esso di diritto nella storia
e nella leggenda del Rock e provocando la reazione di Dylan di cui parlavamo
all'inizio con la risposta della rockstar sibilata tra i denti: "I don't
believe you!"... "You're a liar!" (Non ti credo... Sei un bugiardo) e poi
con quel furente"Play
fucking loud!!!" rivolto a The Hawks frementi sui loro
strumenti e che diede inizio alla torrenziale "Like a rolling stone".
Negli anni recenti un'interazione simile tra Dylan ed il pubblico sì è andata facendo sempre più improbabile. Fatta eccezione per rari casi come quelli degli show a cavallo tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 in cui il Dylan "predicatore" (quello che si era convertito alla religione dei "Cristiani Rinati", lui ebreo di nascita) dialogava col pubblico tenendo lunghi sermoni.
Era il periodo del cosiddetto "Gospel Tour" (il tour evangelico)
con Dylan che, tra una canzone e l'altra, predicava la Verità della
Bibbia parlando della fine del mondo, della battaglia finale dell'Armageddon
e del nuovo Avvento di Gesù Cristo. Il suo tentativo di "convertire"
i propri fans venne commentato ironicamente dalla critica che non credette
alla sincerità dell'artista (il premio per l'originalità,
come
sottolineato da Clinton Heylin nel suo "Jokerman - Vita
e arte di Bob Dylan ", andò al New Musical Express che titolò:
"Dylan è Dio! E' ufficiale!").
Per il resto, soprattutto negli anni '90 ed in questo
primo scorcio degli anni 2000, i concerti di Dylan hanno visto un artista
quasi completamente disinteressato del pubblico, chiuso nel suo mutismo
(con la sola eccezione delle poche rituali parole per la presentazione
dei musicisti che lo accompagnano) e concentrato esclusivamente sull'esecuzione
dei brani.
Eppure nel recente concerto del Filaforum di Assago del
20 aprile è accaduto qualcosa che, fatte le debite proporzioni,
ha riportato con la mente a quella lontana, leggendaria sera di Manchester,
col pubblico milanese che ha fischiato Dylan e con l'artista che, proprio
come nel 66, ha iniziato tutta una serie di plateali gesti di "vendetta"
nei confronti dell'audience, una serie di ripicche che hanno instaurato
un dialogo a distanza con gli spettatori, ciò che come dicevamo
prima era diventato sempre più improbabile in tempi recenti.
All'uscita di Dylan e della band sul palco del Filafourm, mentre già Charlie Sexton (chitarra solista), Larry Campbell (chitarra, slide, violino, mandolino...), George Receli (batteria) e Tony Garnier (basso) avevano dato il via ai primi accordi di "Humming Bird", un traditional che di recente Dylan propone sovente in apertura del proprio show, una sigaretta accesa vola dalle prime file dell'audience "minacciosamente" in direzione di Dylan appena posizionatosi al microfono.
La reazione è stata immediata e teatrale. Dylan visibilmente adirato tira platealmente indietro il microfono e si posiziona sul fondo del palco, molto lontano dalla prima fila di spettatori. Parlotta con uno dei tecnici di palco dando ordine di puntare fortissime ed accecanti luci sugli spettatori, allerta la security per individuare eventuali responsabili di gesti sconsiderati.
Potrebbe sembrare esagerata la reazione di Dylan se non che si deve tenere conto di tutta una serie di elementi che in parte la giustificano. Solo il giorno prima del concerto di Dylan a Milano un aereo si era schiantato contro il grattacielo Pirelli con una dinamica dell'episodio che aveva tragicamente ricordato quella degli aerei di linea dirottati dai terroristi e schiantatisi contro le torri gemelle del World Trade Center di New York l'11settembre 2001 causando migliaia di morti.
Un episodio, quello del "Pirellone", che nel momento in cui Dylan sale sul palco di Milano non è ancora chiarito tanto che l'ipotesi dell'attentato, nel momento in cui scriviamo, è ancora al vaglio degli investigatori. Solo poco tempo prima del concerto di Dylan proprio a Milano erano stati arrestati terroristi presumibilmente affiliati ad Al-Qaeida, l'organizzazione terroristica dietro la tragedia dell'11 settembre. La guerra tra Palestinesi ed Israeliani di quei giorni vedeva proseguire la sua escalation di terrore e morte.
E Dylan è ebreo, oltre che cittadino americano. E la sua posizione filo-israeliana è addirittura diventata una canzone, quella "Neighborhood bully" dall'album "Infidels" in cui Dylan si schierava dalla parte di Israele cantando: "Bè, il bullo del quartiere è solo uno. I suoi nemici dicono che è sul loro territorio. Loro sono più numerosi circa un milione contro uno. Lui non ha nessun posto dove scappare, nessun posto dove correre. Il bullo del quartiere è stato sbattuto via da ogni terra. Girovaga per il mondo, è un esiliato. Ha visto disperdere la sua famiglia, la sua gente perseguitata e dilaniata. È sempre sotto processo per il solo fatto di essere nato. C'è un cappio al suo collo ed un fucile puntato alla sua schiena. E la licenza di ucciderlo è concessa a qualsiasi maniaco".
Laddove il "bullo del quartiere" è naturalmente Israele.
Inoltre come scritto dal giornalista ed esperto "dylanologo"
Paolo Vites "solo qualche giorno prima proprio a Milano un concerto di
Mary J. Blige era stato annulllato per “paura di attacchi terroristici
ai cittadini americani”. Tutti ricordiamo l’allarme lanciato dal governo
americano nei giorni di Pasqua di possibili attentati in territorio italiano.
Ovviamente Dylan e il suo management erano bene al corrente di queste cose;
inoltre il riff che Charlie Sexton, chitarrista della band di Dylan, esegue
quando cominciano All
Along the watchtower presenta alcune note che riprendono
la colonna sonora del famoso film di Otto Preminger, Exodus, degli anni
cinquanta, un film che celebra la nascita dello stato di Israele.
E’ ovvio che si tratta di una dichiarazione di sostegno totale da parte di Dylan allo stato di Israele in questa guerra che sta divampando in questi mesi in medio oriente. Quindi Dylan va sul palco in questo tour europeo con una grande paura di essere bersaglio di qualche sostenitore dei palestinesi".
Dunque mentre Larry Campbell e Charlie Sexton (che oltre
a suonare la chitarra fanno le seconde voci ed i cori in alcuni pezzi nei
concerti di Dylan) attaccano a cantare "Humming Bird", clamorosamente Dylan
resta muto tanto che anche gli altri non cantano più una volta resisi
conto della cosa. La scelta polemica di Dylan è evidente. Si rifiuta
di cantare in segno di protesta. Il brano diventa così uno strumentale
e Dylan si aggira per il palco visibilmente adirato mentre il pubblico
si chiede cosa stia succedendo. Quando poi
Dylan si tira indietro l'asta del microfono verso il
fondo del palco posizionandosi il più lontano possibile dal pubblico
i fantasmi di Manchester si materializzano.
Sembra una dichiarazione di guerra e gli accecanti riflettori
puntati sul pubblico fanno il resto, tanto
che dopo le prime canzoni ed in particolare sul brano
"Visions of Johanna" (neanche a farlo apposta una canzone del lontano '66
eseguita anche nel famoso concerto della contestazione di Manchester) avviene
l'impensabile: il pubblico fischia Dylan.
La contestazione avviene in particolare da parte delle ali di pubblico posizionate sui lati del palco nei posti a sedere. Costoro sono evidentemente accecati dalle luci e praticamente non riescono a vedere il palco. La tensione è palpabile. Dylan non sembra darsene per inteso e continua a suonare in maniera cattiva, concentrato, duro, magari tornando con la mente ad oltre 25 anni prima ed a quei fischi di Manchester.
Dopo questa apertura shock il concerto prosegue con la
consueta (per questo tour) "The Times they are a-changin'" e l'altrettanto
"solita" It's all right mà (I'm only bleeding). La prima perla dello
show è Love minus zero/No limit seguita dal brano che molti
attendevano di sentire in questo tour: "Solid rock", un brano del "periodo
cristiano" prima citato e che solo qualche giorno prima Dylan aveva ripescato
dopo la bellezza di 21 anni.
Un riferimento forse all'attuale situazione mondiale...
Ai morti israeliani e palestinesi in Terra Santa (nel brano Dylan parla
infatti di "popoli che aspettano che giunga una falsa pace" e dice "Io
sono aggrappato ad una solida roccia creata prima della creazione stessa
del mondo/ E non la lascerò, non posso lasciarla, non la lascerò").
Il sesto brano è Positively 4th street, altro brano
"cattivo" del periodo acido dei '60, forse "dedicato" al
pubblico che fischia? Poi il primo dei brani da "Love
and theft" il nuovissimo e pluriosannato album di Bob: Lonesome day
blues che al pari di Solid Rock scatena pubblico e band. Seguono una "consueta"
Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again ed una bellissima Visions
of Johanna sulla quale come detto i fischi del pubblico si fanno sempre
più sonori.
Seguono Masters of war, Boots of spanish leather e Summer
Days, altra perla del nuovo album, travolgente e bellissima come a Ravenna
il giorno prima. Poi la tenera Make you feel my love e la tiratissima The
Wicked Messenger con tanto di grande armonica di Bob. A chiudere la prima
parte ancora un brano dagli anni '60 (anni che la fanno da padrone in questo
tour, ed in genere negli show degli ultimi
anni): Leopard-skin pill-box hat. I bis iniziano con
una cover di Buddy Holly, Not fade away e prosegue e si conclude
con i soliti classici, osannati dal pubblico, quali Knockin' on Heaven's
door, Blowin' in the wind ed All along the watchtower. E naturalmente Like
a rolling stone. E chissà che, prima del brano, anche stavolta Dylan
non abbia esclamato proprio come in quella lontana serata del 66: "Play
fucking loud!!!".
Michele Murino
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Nel n.2 di The Artist troverete
anche:
- Intervista ad Osvaldo Cavandoli
(La Linea)
- Intervista a Carlo Peroni
- Speciale Magnus con interviste
a
Sergio Bonelli, Massimo Bonfatti,
Renzo Barbieri, Sergio Tisselli e Margherita Raviola
- Intervista al cantastorie Franco
Trincale
- Intervista ai fratelli Origone
(Nilus)
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