“Ancestrale squallore”

(Ispirato dall’ascolto di “Time out of mind”)

di Davide "The Saint" Imbrogno

“Le ombre stanno calando e sono stato qui tutto il giorno fa troppo caldo per dormire e il tempo corre via mi sento come se la mia anima fosse diventata d'acciaio ho ancora delle cicatrici che il sole non ha guarito non c'e' neanche abbastanza spazio per essere da qualche parte non e' ancora buio, ma lo sarà presto”

(Bob Dylan   “Not dark yet”)
“Abitava in un piccolo monolocale in centro città. La sua anagrafica giovinezza, non coincideva con quel senso di ancestrale squallore che vigeva dentro di se. Il suo mondo era fatto di sogni e passioni: entrambi non avevano alcuna attinenza con la realtà quotidiana.
Per mantenersi e pagare l’affitto, svolgeva diversi lavori a tempo determinato. In realtà, Vanni era un buon scrittore, amava scrivere racconti: possedeva talento.
     Ma il talento non bastava, in fondo, lui non credeva nelle proprie capacità, e ogni cosa che scriveva, veniva annientata dalla sua giovane disillusione. Una disillusione così reale, da divenire in alcuni momenti pericolosa.
     Possedeva pochi amici.
Usciva poco, e ogni volta che i suoi amici riuscivano a portarlo fuori, Vanni cercava di trovare il divertimento nell’autodistruzione. Provava gusto ad ubriacarsi in maniera spropositata. E soprattutto arrivava ad amare quelle mattine, in cui si svegliava in preda a tremendi postumi di sbronza. Vanni amava quelle ore, amava quei minuti che scorrevano all’insegna dell’alienazione e del malessere. In quei momenti, non possedeva neppure la forza e la capacità di pensare a se stesso, e alla propria vita. Credeva che ogni malessere fosse un modo per scontare qualche debito, dei debiti fatti con stranieri privi d’identità.
     Soffriva di una tremenda insonnia. E quando l’ora della notte si faceva tarda, l’unico rimedio per il sonno era il bere. Si svegliava al mattino circondato da lattine di birra, mezze bottiglie di vodka, guardava l’orologio, e si rendeva conto che per l’ennesima volta non era andato a lavorare.
Molto frequentemente veniva licenziato.

“L'aria si sta scaldando, c'e' un brontolio nel cielo. Ho camminato a stento nelle alte acque fangose
con il calore negli occhi che aumentava ogni giorno, il tuo ricordo si indebolisce
non mi tormenta piu' come un tempo ho camminato nel mezzo del nulla
cercando di arrivare in paradiso prima che chiudano la porta”

     Quando usciva con i suoi amici, si recava in locali della città, spesso in posti in cui si suona dal vivo. E in quelle serate, nel momento in cui l’alcol devastava i suoi pensieri, Vanni dava il meglio di se. Non esitava a scatenare tutto se stesso, emanava euforia, e spesso i suoi atti divenivano comici. Ma in quei momenti, la sua persona sentiva il richiamo dell’italianità e della “commedia all’italiana”, i suoi gesti, le sue azioni, diventavano becere. In quei momenti, Vanni cercava di trovare un senso, gli altri giudicavano le sue azioni come attimi di semplice euforia etilica. Ma proprio quello squallore insolente, era impregnato di poesia e sentimento. Anche le serate più euforiche, terminavano con la consapevolezza che forse il bello è già passato, e con la speranza che domani potrà essere un giorno meno nostalgico.

     Da diverse settimane, Vanni non usciva con i suoi amici. Ma quella sera i suoi cari “compagni di sbronze”, lo convinsero ad uscire con loro. Si recarono in un locale del centro, dove un gruppo musicale si sarebbe esibito.
     Vanni restava fuori dal locale. L’aria era fredda. Il suo amico Fausto aveva comprato una bottiglia di scotch whisky. Vanni, Fausto e altri due amici, pensavano a scolarsi la bottiglia prima di entrare, così avrebbero potuto godersi la serata da ubriachi, senza spendere soldi all’interno del pub. Prima di entrare, quando restava ancora un quarto di bottiglia da buttare giù, si avvicinò a Vanni un tipo di carnagione scura, con un alito di birra, con due occhi cerchiati di nero, e con accento straniero:
”Scusa amico, mi fai bere qualcosa?”, Vanni aveva la bottiglia di whisky in mano, dopo aver tirato un ultimo sorso, la porse verso l’uomo, lui sorrise e aggiunse dicendo:
“hai anche una sigaretta?”, diede due sigarette a quell’uomo dagli occhi cerchiati.
     Entrarono nel locale, l’atmosfera era buona.
Il gruppo che si stava esibendo era composto da tre persone: un bassista, un batterista, e da una ragazza che suonava la chitarra e cantava. La ragazza non era affatto male. Il gruppo iniziò a suonare. Erano davvero bravi.
    Dopo qualche pezzo, Vanni e i suoi tre fedeli compagni, iniziarono a ballare e cantare, facendo da coro alla cantante, la quale gradì l’appoggio. Andarono avanti per due ore; ballarono sui tavoli. Infine, la cantante decise di scattare delle foto assieme a loro.
     Prima di andarsene, bevvero due birre in compagnia di un signore sui cinquant’anni, il quale era noto come cantante blues naif, leggenda voleva che imparò a suonare la chitarra in carcere.
     Vanni si sentiva bene, aveva bevuto, cantato, si era innamorato per qualche istante della cantante quarantenne, era stato in compagnia dei suoi cari amici. La sua euforia, era paragonabile ad una scimmia da circo francese, euforica e vestita con un completo rosso.
    Rientrò a casa, e senza spogliarsi si buttò sul letto.
Il mattino seguente, provava un forte malessere. Per tutto il giorno rimase buttato sul letto, a godersi il suo momento di passivo fastidio. Avete presente quando vi viene una bolla nella bocca, la sera prima avete baciato una sconosciuta, e quasi godete ancora di questo fastidio nella bocca memore della serata arrembante. Ripensò alla sua breve vita passata, e quasi senza spiegazione, avvertiva che qualcosa mancava, avvertiva quel forte senso di vuoto torturarlo. Sapeva d’avere bisogno di qualcosa, qualche cosa che non c’era, qualcosa che mancava. Continuò a ripensare al suo passato, ed i suoi pensieri, iniziarono a scavare nelle sabbie della propria mente. Ripensò ad un suo vecchio e attuale amore. Ripensò a quegli occhi, che un tempo non esitavano a mandarlo in confusione. Ripensò al suo volto. Ricordò di quell’amore scaturito con i suoi vent’anni. Ricordò la sua concezione d’amore, lei rappresentava un contenitore da riempire, con ogni nomade sentimento alla ricerca di una Terra Promessa. Vanni aveva riempito quel contenitore di sensazioni, speranze, bellezza, verità, passioni, erotismo, amore. Non vedeva nulla e niente, che potesse andare al di là di lei: della sua figura, dei suoi occhi, del suo odore. Non aveva mai avuto il coraggio di rivelarle il proprio amore.
     Lo stomaco continuava a bruciare.
Sentiva il bisogno di sentirsi amato, e sapeva che ancora non era tempo di oscurità, ma per quanti sforzi facesse, in quel momento, non riusciva a credere in qualcosa che andasse oltre la propria inquietudine.
     In preda ad un forte mal di testa si alzò dal letto, andò in cucina e bevve mezzo bicchiere di succo d’arancia. Traballante andò a sedersi sul divano. Aveva preso un quaderno e una matita, iniziò a scrivere:
 “I miei sandali sono bucati, i miei piedi sanguinano,
il vino disinfetterà, tra fuochi e croci, cappi sospesi,
scenderemo nel giardino degli ulivi stanotte e quando il
giorno ci coglierà, i nostri occhi avranno cambiato colore,
ci saranno assassini e ladri,
prostitute e clienti nascosti dietro quelle piante,
sotto la luce nera di questo sole mattutino ho cercato il niente,
ma ho trovato un canto misericordioso di tutti quei Poeti Blasfemi,
ubriachi di vino e di parole,
i disertori d’ieri si sono persi
nell’ultima notte dell’anno,
dov’è quell’uomo che mi chiese
di bere l’ultimo bicchiere, prima che la morte lo raggiungesse?
Dov’è quella terra che ci avevano promesso?
Dov’è l’orgoglio?
Il mio cappio di Giuda rimane vuoto a penzolare dall’albero di fico,
ancora l’istinto non è tradito, ancora non ho tradito,
ancora aspetterò che quel campanile senza campane ricominci a suonare”

Quando finì di scrivere, si accorse che il sole stava tramontando. Si distese sul divano, e ripensando al suo bruciore di stomaco, si rese conto che quell’ardore, era passato.
“Il mio senso di umanità è andato giù nello scarico dietro ogni cosa bella c'e' stato un qualche tipo di dolore lei mi ha scritto una lettera e la ha scritta con tale dolcezza
ha messo sulla carta quello che aveva in mente non vedo proprio perché avrei dovuto preoccuparmene non e' ancora buio, ma lo sarà presto”
                                                                                                        (Bob Dylan    “Not dark yet”)
 

Ispirato dall’ascolto di “Time out of mind” di Bob Dylan
Citazioni dalle canzoni Not dark yet  - Tryin’to get to heaven  - Standing in the doorway