
Se ci ripenso
non avrei mai dovuto farlo
Suppongo di averlo lasciato accadere
Se avessi vissuto la mia vita secondo quello che pensano
gli altri
Questo cuore dentro di me sarebbe morto
Ero semplicemente troppo testardo per essere governato
da una forzata follia
Qualcuno dovrebbe allungare la mano ed afferrare la stella
nascente
Suppongo tocchi a me
(Up to me)
(c)1974 Ram's Horn Music
Bob Dylan è una leggenda del suo tempo. Non una
superstar commerciale, perchè Dylan non riceve dischi di platino
e neanche fa il tutto esaurito ad ogni sua esibizione dal vivo. Dylan è
semplicemente un personaggio leggendario, enigmatico e misterioso. Familiare,
eppure strano.
E' stato detto che Dylan non è che la metà
del mito che egli crede di essere e che è Dylan stesso il costruttore
del mito, che ci vende ogni nuova fase della propria vita e della propria
carriera, mentre - come il suo discendente David Bowie - si libera con
disinvoltura di ogni vecchia maschera con la stessa facilità con
cui un attore cambia il proprio ruolo di film in film.
Dylan è stato anche accusato diverse volte di
essersi venduto, o di essere stato troppo distante, troppo in disparte,
di non rivelare abbastanza, di essere freddo e calcolatore, permettendoci
di vedere soltanto quello che egli vuole che si veda e niente di più.
Ma non ha importanza, alla fine di ogni analisi, egli è quel che
ha creato.
Se gli anni '60 sono stati gli anni della sua formazione,
gli anni '70 hanno visto Dylan esser soggetto a molti cambiamenti nella
propria vita. Dal padre di famiglia ritirato dal mondo di 'Nashville Skyline'
e di 'New Morning', Dylan si è lentamente trasformato dirigendosi
nei più complessi recessi della sua mente, iniziando con l'album
'Planet Waves', che è stato una sorta di segnale del suo ritorno,
e proseguendo con 'Blood on the Tracks', che lo ha condotto ancora più
vicino alla propria anima, alla propria musa, che alla fine gli è
apparsa nelle vesti di Isis sull'album 'Desire'.
(In una fuga nel sogno non dissimile da quella della
'White Goddess' di Robert Graves, che si è potuta trovare "tra i
ghiacci o dove il sentiero svaniva," Dylan si è unito alla sua dea
dopo essere "arrivato alle piramidi tutte incassate nel ghiaccio.")
Con 'Desire' nei negozi, Dylan ha ripreso la strada con
il suo gruppo di gitani.
La Rolling Thunder Revue richiama alla mente gli "Indiani
Metropolitani," gruppo di giovani che fanno teatro in strada in Italia.
Hanno girato gli Stati Uniti suonando in posti relativamente grandi, accogliendo
e perdendo lungo la strada diversi artisti. 'Renaldo and Clara', il colossale
e controverso film di Dylan, è stato girato durante il viaggio con
la Rolling Thunder, durante un periodo tumultuoso nel quale il suo matrimonio
ha cominciato ad andare sempre peggio e la sua vita ha cominciato a scivolare.
Apparentemente incurante del logoramento, Dylan si è imbarcato nel
tour più imponente della sua intera carriera, nel 1978. Iniziato
in Giappone, Nuova Zelanda ed Australia, è finalmente giunto nel
sud-est degli Stati Uniti nel Dicembre dello scorso anno.
La prima volta che ho visto Dylan è stato a Binghamton,
New York, nel Settembre del 1978.
Ho sempre ammirato Dylan. Come sarebbe possibile non
ammirarlo? Non ha importanza in che modo uno consideri Dylan e/o la sua
musica, è comunque difficile negare il carisma mistico che gli ha
fatto conquistare riconoscimenti universali e gli elogi della critica.
Personalmente, ho sempre risposto in maniera favorevole
a qualsiasi nuovo corso Dylan avesse scelto di intraprendere, perciò
nell'avvicinarmi a lui dal punto di vista dei concerti dal vivo, ero già
ben disposta nei suoi confronti. Rimasi scioccata quando apparve sul palco.
Sembrava stracciato e sciupato (il che si è rivelato più
tardi ingannevole. Trucco nero e pesante intorno agli occhi che procurava
strane ombre sul suo viso sotto le luci dei riflettori). La musica, tuttavia,
è stata persino più sorprendente. La mia reazione iniziale
fu completamente negativa, a voler essere buoni. A paragone di quello che
allora stava succedendo nel rock, la musica sembrava, sinceramente, alquanto
debole. I nuovi arrangiamenti dei brani sembravano sgraziati e maldestri,
calpestando la semplicità che ne aveva fatto originariamente delle
canzoni che funzionavano. Ma ascoltando più attentamente scoprii
che possedevano invece una limpida risonanza. Il suono che si sentiva nella
sala era eccezionale, ed i musicisti eccellenti. Di certo non si trattava,
come molte recensioni e molti recensori avevano fatto intendere, "Las Vegas"
nè tanto meno disco-music. Era solo Dylan, più vecchio, ruvido
e sciatto come sempre, persino nel suo nuovo vestito di scena bianco e
nero, con la sua band che suonava dietro di lui come una piccola orchestra
in perfetto sincronismo. Ho incontrato Dylan una settimana dopo, ad una
tipica festa tenuta dalla casa discografica per lui e per la sua band,
dopo uno degli spettacoli al Madison Square Garden.
Un amico mi ha presentato a Dylan, che sedeva ad un tavolo
adiacente, ed ho avuto la possibilità di osservarlo da molto vicino.
Non ho avvertito animosità da parte sua, nè aggressività
o autodifesa; in effetti sembrava piuttosto timido. La sua capacità
di deviare la conversazione da se stesso, di tenere il discorso sul vago
e di parlare di cose insignificanti, era ovvia. Fumava una sigaretta dietro
l'altra ed ha bevuto vino rosso tutta la sera. Sembrava ubriaco a volte,
bofonchiando le parole e ridendo molto, ma in realtà poteva anche
trattarsi di una recita. Dylan, il cinico enigmatico, l'infallibile artista
rimaneva sempre molto controllato. Tre mesi dopo, mi sono imbattuta nel
tour di Bob Dylan un'altra volta, questa volta giù nel sud, a Birmingham,
Alabama.
Sembrava trasandato come sempre, il Fante di Cuori aveva
ancora una volta spiazzato coloro che tra i suoi spettatori erano stati
portati dagli articoli della stampa a credere alla sua nuova immagine.
Il tour aveva quasi raggiunto la sua fine e la band era
molto più affiatata di quanto lo fosse in precedenza. Le canzoni
non sembravano più rigide, ora erano fluenti, ed erano perfette
nella loro nuova forma.
Dylan parlò alla folla un sacco di volte quella
sera, presentando le canzoni con brevi storie o parabole, infondendo nuova
vita a canzoni vecchie di 10, o anche 15 anni.
Concluse lo show di quella sera con 'Forever Young,'
una canzone che ha dedicato ad uno dei suoi bambini.
"Questo è il nostro ultimo concerto - disse -
Arrivederci, potremmo tornare presto!"
Mentre andavo via dalla città, lasciai un bigliettino
per Dylan al suo albergo, dicendogli che mi sarebbe piaciuto intervistarlo,
che non avevo altri motivi al di fuori del desiderio di parlare. Lasciai
il mio numero di telefono e ritornai a casa mia, ad Atlanta.
Una settimana più tardi, nel retropalco dell'Omni
di Atlanta, un ora prima di salire sul palco, Bob Dylan siede nel suo camerino,
strimpellando una vecchia chitarra Martin che è ingiallita con l'età,
e con il legno intorno alle corde che è ormai tutto screpolato da
anni e anni di uso.
Vestito con una camicia di flanella verde, pantaloni
di pelle nera e stivali, con gli occhi nascosti dietro occhiali scuri da
pilota di aereo, è rilassato e cordiale, l'antitesi della creatura
guardinga che spesso i media dipingono. La sua vecchia giacca di pelle
nera giace accartocciata su una delle sedie, un piccolo taccuino spunta
da una delle tasche. Quelle che sembrano essere zampe di gallina fanno
capolino nella pagina aperta. "Sto sempre scrivendo qualcosa" spiega Dylan
mentre continua una ossessionante melodia blues sulla sua chitarra.
Gli dico che ho notato un tema ben definito che ha caratterizzato
i suoi album recenti e che è culminato con 'Desire'. Non mi sembra
molto felice all'idea, tuttavia, e sottolinea il suo disaccordo con una
vigorosa schitarrata.
"Quell'album non ha un tema unitario. Non ha quel tipo
di tema unitario proprio di un concept-album. Naturalmente ho scritto quel
disco con qualcun altro ma l'ho sempre tenuto su di un binario sul quale
pensavo che dovesse andare. Posso guardare indietro a quel disco come a
qualsiasi altro... ma quando quell'album in particolare era in fase di
realizzazione non sapevo esattamente quello che stava succedendo, allora.
Abbiamo provato a registrarlo con un sacco di persone differenti in studio,
con un sacco di differenti tipi di suono ed avevo persino delle cantanti
che facevano la seconda voce ed i cori in quel album, per due o tre giorni,
un sacco di percussionisti, e cose del genere. Ma mentre il tempo passava
io ero sempre più irritato ed insoddisfatto di tutto il suono che
ne scaturiva e alla fine ho deciso di tenere solo il basso, la batteria
e il violino."
"Quello era qualcosa di nuovo" - dice convinto Dylan.
"Ma non riuscii ad andare avanti in questa direzione, non quanto io volessi.
Non ebbi la possibilità di farlo. Volevo più armonica e violino
insieme ma non avemmo la possibilità di farlo. Ma, sì, tutto
quel periodo, tutte quelle canzoni come 'Isis' e tutte le altre - cavoli,
non le ho fatte per un sacco di tempo. Una volta le facevo in continuazione..."
'Desire', nato dalla collaborazione di Dylan con lo scrittore
Jacques Levy, fu una sorta di dichiarazione di intenti profondamente mistica;
il violino catturava lo spirito libero e gitano così in tema con
le canzoni e più tardi con l'intera idea di base della Rolling Thunder
Revue.
"Oh sì, si trattava esattamente di quello. Era
precisamente quello il concetto. Oh, sai, abbiamo lavorato a quel disco
tutta la notte, fino al mattino. Non ho dormito affatto durante la registrazione
di quel disco, non riuscivo a dormire. Volevo ascoltarlo ancora per dare
davvero una risposta a quelle domande in una maniera coerente."
"In qualche modo ti sei lasciato quel disco alle spalle,"
gli dico.
"No, non mi sono lasciato le canzoni alle spalle. Non
mi sono mai lasciato le canzoni alle spalle. Posso essermi lasciato alle
spalle gli arrangiamenti e l'umore delle canzoni. Ma non mi sono mai lasciato
le canzoni alle spalle."
A Newport nel 1965, Dylan scatenò la sua appena
trovata elettricità su un pubblico ignaro. O, come ha detto ad Atlanta,
presentando la canzone 'Maggie's Farm': "Ero stato invitato a Newport nel
1965. Ero già stato invitato lì in precedenza e non avevo
mai provocato tanto scompiglio, ma sono stato invitato nel '65 e ci andai
e suonai questa canzone in particolare. Ad ogni modo la gente mi prese
a calci e mi buttò fuori dalla città, davvero, perchè
avevo suonato quella particolare canzone ed io non riuscivo a capire perchè
quella canzone avesse creato una tale protesta, ma così fu! Si chiamava
"I Ain't Gonna Work
on Maggie's Farm No More.'"
Anni dopo, dopo un apparentemente incessante serie di
cambiamenti di direzione, Dylan si trova ancora una volta ad affrontare
lo stesso tipo di critiche.
Dylan entra ed esce dalle più disparate forme
musicali in questi giorni con una facilità inusuale, echi di musica
dei carnival show mescolata in maniera armoniosa con ritmi primitivi da
giungla e blues in stile Chicago, mentre Dylan il Folksinger e Dylan il
Poeta Elettrico di Newport ancora esistono.
Come a Newport, Dylan non ha ricevuto un riscontro molto
favorevole in risposta al suo nuovo sound. La gente sembra disturbata da
questi strani cambiamenti di stile. Dalla scarsa familiarità con
il nuovo Dylan. Ma Bob rifiuta di ristagnare, di essere etichettato, di
essere inserito in una categoria: "L'Arte è il perpetuo movimento
dell'illusione," ha osservato una volta. E Dylan vive davvero quello in
cui crede.
Gli menziono un verso tratto da 'Idiot Wind': "Visions
of your chestnut mare shoots through my head and are making me see stars!"
(Visioni della tua cavalla saura balenano nella mia testa e mi stanno facendo
vedere le stelle). Il Dylanologo A.J. Weberman sostiene che le allusioni
equine nelle canzoni di Dylan facciano riferimento all'eroina. E' interessante
notare che 'Idiot Wind' è stata scritta prima che Dylan facesse
coppia con Jacques Levy, co-autore (insieme con Roger McGuinn) di 'Chestnut
Mare' anni prima. "E' giusto! Già!" Dylan ride divertito. "Sono
sicuro che è tutto collegato, sai."
"Ma sì, ho avuto un paio di anni quando ho sperimentato
quello di cui parlo in quel tipo di canzoni, quelle che sono sull'album
'Blood on the Tracks'... Farei qualsiasi cosa per scrivere una canzone...",
ride. "O almeno ero solito farlo in passato".
'Street Legal' sembra ripercorrere il sentiero attraverso
tutti gli album prima menzionati. E' il risultato dei cambiamenti, sia
interiori che esteriori.
"Hai ragione. Prendiamo una canzone come 'True Love Tends
to Forget'..." Dylan si accende una sigaretta. "Lo stato d'animo in cui
mi trovavo quando ho scritto quella canzone è - voglio dire che
è molto significativo, se ci pensi, sai... Il vero amore tende a
dimenticare... Penso che sia il mio album migliore". Io condivido. "Lo
ascolto a volte in radio o su uno stereo e mi rendo conto che è
stato missato male e non suona granchè bene, ma cosa puoi farci?
Ho pubblicato 21 o 22 album con la Columbia Records. Perciò ogni
volta che fai un album vuoi che sia una cosa nuova, bella e diversa, ma
personalmente, quando poi guardi all'indietro e li riascolti, almeno per
me, tutti i miei album sono solo delle pietre di paragone che testimoniano
dove mi trovavo in un certo periodo di tempo. Andavo in studio, registravo
le canzoni al meglio che potevo, e me ne andavo. Di base, parlando realisticamente,
io sono un artista che deve esibirsi dal vivo e voglio suonare sul palco
per la gente e non fare dei dischi che possano suonare in maniera eccellente."
Gli dico come secondo me il tour attuale cambia ogni
volta che vedo un nuovo concerto e come il suo gruppo mi sembra più
affiatato man mano che il tour prosegue.
"Sì, beh non sarà mai la stessa cosa per
due sere di fila."
Dylan ha fatto di recente molti commenti in vari articoli
della stampa a proposito di questi prossimi anni '80. Nella sua intervista
pubblicata sulla rivista 'Rolling Stone' con il giornalista Jonathan Cott,
Dylan ha dichiarato: "Chiunque stia per fare qualcosa avrà le sue
carte scoperte. Non sarà più possibile tornare indietro negli
anni '80".
Cosa voleva dire con questa affermazione? "Non so cosa
intendessi dire con quella frase", dice Dylan ridacchiando. "Io e Jonathan,
ogni volta che mi fa un'intervista, siamo sempre ubriachi. Non credo che
tu debba mostrare le tue carte tutte le volte, non intendevo dire quello."
Continua: "E' come... quando ho iniziato a suonare... è dura a dirlo
a parole... Non so come saranno gli anni ottanta. Immagino che un sacco
di colla terrà insieme un sacco di cose che in qualche modo ora
come ora sono sparpagliate. L'abbigliamento delle persone, capisci, alcune
che indossano uniformi blu con distintivi, probabilmente staranno fianco
a fianco con casalinghe con i capelli pettinati a riccioli, desiderando
le stesse cose. Tutti questi differenti elementi saranno - io credo - modellati
insieme. Credo che la gente sarà più onesta negli anni '80".
"Come negli anni '60?" domando...
"No, mai più così. Non credo che avverrà
così...", mi risponde con decisione.
Dylan ricorda molto bene gli anni Sessanta. Sono stati
gli anni della sua formazione, quelli che gli hanno fornito l'ispirazione
per creare alcuni tra gli esempi più potenti dell'arte del decennio.
Le sue strane canzoni-poesie rispecchiavano gli sconvolgimenti ed il caos
di quei tempi. Dylan parlò per una intera generazione, o così
sembrò, e poi all'improvviso non volle avere più alcun coinvolgimento
con il movimento al quale egli stesso aveva dato voce. Qualcuno disse che
fu a causa del suo incidente motociclistico. Un incidente nel quale rimase
quasi ucciso, e che lo mandò a schiantarsi a testa bassa in un incubo
di sua creazione. Altri sostengono semplicemente che si era innamorato,
ed era deciso a vivere un'altra vita nella quale la politica e la protesta
non avevano alcun ruolo. Critici radicali come Weberman lo accusarono di
"andare alla deriva nell'indifferenza durante un periodo in cui si richiedeva
invece un'opposizione allo stato di cose."

Quando gli anni Cinquanta hanno lasciato il posto agli
anni Sessanta, è iniziata l'epoca delle superstar create dai media.
James Dean ha lasciato il posto ad Elvis Presley che ha lasciato il posto
a Bob Dylan, ognuno di essi uno mito gigantesco del proprio tempo. Mentre
Elvis ha trovato il suo posto nel cuore della 'Middle America', il vuoto
che James Dean ha lasciato non è stato riempito finchè Bob
Dylan non ha formato un nuovo anello nella sempre crescente catena di super-anti-eroi.
Quando viene paragonato alle persone alle quali una volta
si è sforzato di somigliare, Dylan dice: "Non è così
dura come forse lo fu un tempo aver a che fare con l'essere Elvis Presley.
Elvis non ha scritto nessuna delle sue canzoni, non dimenticarlo. Io scrivo
tutte le mie canzoni perciò so quel che sto dicendo. Ci sono io
dietro le canzoni perciò non mi sento come se fossi un mistero o
cose del genere."
Si considera un artista, piuttosto che un musicista o
un songwriter?
"Beh, sì, è la stessa cosa di tutti gli
artisti che hanno avuto i loro periodi buoni e che poi sono cambiati, perciò
la cosa non mi secca. Non mi importa quello che dice la gente. Sia che
io sia un artista, o un musicista, o un poeta, o un songwriter, o qualsiasi
altra cosa..."
traduzione di Michele Murino
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