Un volto nuovo
e brillante della musica folk è apparso al Ger-
de's Folk City.
Nonostante non passi vent'anni, Bob Dylan è uno
degli stilisti
più caratteristici che abbiano suonato in un cabaret di
Manhattan negli
ultimi mesi.
Sorta d'incrocio
tra un ragazzo del coro e un beatnik, Dylan ha
l'aspetto di un
cherubino e una zazzera di capelli arruffati, in par-
te coperti da
un cappello di velluto nero alla Huck Finn. I suoi ve-
stiti hanno forse
bisogno d'un sarto ma quando Dylan lavora con
chitarra, armonica
e piano e compone canzoni nuove cosi in fretta
da non riuscire
a ricordarle, non c'è dubbio che il talento gli spriz-
za da tutti i
pori.
La sua voce è
tutto tranne che graziosa. Dylan cerca cosciente-
mente di ritrovare
la rude bellezza di un bracciante agricolo del
Sud che rimedita
una melodia sulla sua veranda. Le sue note con-
servano tutto
il loro “tossire e abbaiare”, e un'intensità bruciante
pervade le sue
canzoni.
Dylan è
sia commediante sia tragico. Come un attore di vaudeville
del circuito rurale,
può offrire tutta una gamma di buffi mo-
nologhi: Talking
Bear Mountain satireggia il sovraffollamento di
un'escursione
in barca; Talking New York ironizza sulle sue diffi-
coltà per
guadagnarsi la notorietà e Talking Havah Nagilah parodiz-
za la mania della
folk music e il cantante stesso.
Se di vena seria,
Dylan sembra recitare in un film al rallentato-
re. Le sue elastiche
frasi sono distese e stirate, al punto da far
pensare che potrebbero
rompersi. Dylan scuote la testa e il corpo,
chiude gli occhi
come se sognasse, sembra cercare a tastoni una
parola e uno stato
d' animo, infine risolve la tensione acconsenten-
do a trovare la
parola e lo stato d'animo.
Può mormorare
il testo di House Of The Rising Sun facendone
un ruggito o un
sospiro scarsamente comprensibili oppure enuncia-
re con la massima
chiarezza la poetica amarezza di un blues di
Blind Lemon Jefferson:
"Ti chiedo un piccolo favore/Bada che la
mia tomba sia
pulita"
L'approccio altamente
personale di Dylan alla canzone folk è
ancora in evoluzione.
Dylan ha assorbito influenze come una spu-
gna. A tratti
la sua tensione verso il dramma si risolve in un melo-
dramma fuori bersaglio
e la sua stilizzazione minaccia di oscillare e
di farsi eccesso
manieristico.
Ma, se non è
per tutti i gusti, il suo modo di far musica ha il
marchio dell'originalità
e dell'ispirazione, tanto più notevoli se si
pensa alla sua
età. Dylan è vago riguardo alla sua nascita e ai suoi
precedenti ma
importa meno dove è stato che dove sta andando, e
sembrerebbe che
stia andando diritto in alto.
Il pezzo che segue
è invece una testimonianza di Mike Porco, proprietario di uno dei
locali che videro gli esordi artistici di Bob.
Mike Porco
Talkin'
New York
su "Conclusions
On The Wall", Thin Man Ltd., 1980
Mi pare un poco
strano narrare qui la mia "autobiografia".
Spero soltanto
che i miei ricordi vi aiutino a percepire qualcosa
della vita del
Greenwich Village in quei grandi giorni. Ma iniziamo
dal principio.
Arrivai in America
nel 1933 - sapete, uno dei tanti in mezzo
alle "masse confuse
che anelavano respirare in libertà". Avevo di-
ciott'anni e m'ero
lasciato alle spalle la nativa Calabria e il mio la-
voro, una piccola
bottega di falegname. Mio padre era emigrato
negli Stati Uniti
per primo e noi avremmo dovuto seguirlo, uno al-
la volta, man
mano che lui avesse avuto la possibilità di portarci
fin là.
Ma mio padre morì poco prima che io arrivassi e ad acco-
gliermi trovai
mio zio, che mi prese nella sua casa come un figlio.
Non parlavo la
lingua di qui e si era allora all'apice della de-
pressione. Insomma,
era pressoché impossibile trovare un'occupa-
zione: proprio
non c'era lavoro. Mi trovai infine qualcosa, lavoran-
do con mio zio
nel suo ristorante: 90 ore la settimana per 11 dol-
lari. Mi davano
i pasti gratis ma niente vacanze, e rimasi lì cinque
anni!
Quando venne la
guerra, ero sposato con tre figli e lavoravo
come barista.
Andai a lavorare nei Cantieri della Marina di Brooklyn
come falegname,
tanto per fare la mia parte. Dovetti imparare
a usare il ferro
invece del legno. Ma non m'importava il lavoro; il
brutto era quell'incredibile
rumore. Laggiù persi una parte del mio
udito.
Al termine della
guerra assunsi la direzione del bar di un risto-
rante che si chiamava
Club 845. Era nel Bronx e Louis Arm-
strong, Ella Fitzgerald
e Billie Holiday erano tra quelli che ci suo-
navano. Finii
per fare la conoscenza di tutti i musicisti e cominciai
così ad
entrare in contatto con il campo musicale.
Nel 1952 i miei
cugini comprarono un ristorante nel Greenwich Village,
un vecchio locale
chiamato Gerde's - dal nome del vecchio pro-
prietario, un
amabile gentiluomo. Io mi occupai del rinnovo e pas-
sai in quel locale
come direttore, mantenendone il nome perché fa-
ceva fare buoni
affari. Si trovava al numero 11 della West 4th
Street e gran
parte della clientela era composta di gente che lavo-
rava nel campo
della vendita dei cappelli, a Broadway.
Le cose funzionavano
bene durante la giornata ma dopo le cin-
que di sera, più
o meno era un mortorio. Mi serviva più denaro per
pagare i conti.
Così ne discussi con amici e decisi di provare con
la musica - sapete,
avevamo un pianista, un trio di jazz per balla-
re, perfino musica
"bongo"!
Un giorno, verso
la fine del 1959, entrarono due tipi - Izzy
Young e Tony Prendergast.
Mi dissero d'essere amanti del folk. Io
dissi: "Cos'è
la musica folk?". Izzy dirigeva il Folklore Center e i
due cercarono
di spiegarmi la popolarità di personaggi come Peter
Seeger, Joan Baez
e Odetta.
Volevano che il
Gerde's diventasse una ribalta per il loro tipo di
musica. Io, per
me, avevo voglia di tentare e ci accordammo cosi:
loro avrebbero
prodotto gli spettacoli e pagato i musicisti, io avrei
dato a Tom e Izzy
la somma guadagnata con le tariffe supplemen-
tari.
Cosi era iniziata
la tradizione folk di Gerde's - ribattezzato
per l'occasione
The Fifth Peg at Gerde's. Amavo sinceramente la
musica e i "ragazzi"
erano meravigliosi, anche se il mio caro amico
scomparso Cisco
Houston e altri non erano esattamente dei “ra-
gazzi". Ma per
me erano tutti parte della mia famiglia. E sapete,
ogni canzone nel
suo piccolo voleva dire qualcosa.
Farsi conoscere
fu lento, all'inizio, e dopo circa cinque settima-
ne, Tom e Izzy
furono obbligati ad abbandonare il ruolo di impre-
sari. Io proprio
non potevo offrir loro condizioni migliori. Eppure
mi sentivo che
la musica folk era ottima per il locale e che c'era in
giro abbastanza
interesse per far andare avanti la cosa; ma c'era
un problema: non
conoscevo nessun cantante folk.
I Clancy Brothers,
che erano bravissimi ragazzi, mi presentaro-
no Charlie Rotschild,
un diciottenne che conosceva tutti i folksin-
ger della città.
Charlie ed io riuscimmo a ingaggiare dei cantanti
da soli.
Cambiai di nuovo
il nome, questa volta diventò Gerde's Folk
City ed entro
la primavera del 1960 s'era sparsa per New York la
voce che il Gerde's
era il locale dove andare ad ascoltare del folk.
Bene, non è
che gli affari andassero benissimo ma ci guadagna-
vo di che vivere.
Avevo ottimi artisti - Tommy Makem, i Clan-
cy's, i Weavers,
Cisco Houston, il Reverendo Gary Davis, Carolyn
Hester, Judy Collins.
Peter Paul and Mary formarono il loro trio
nel mio club,
sapete? Quelli che non avevano ancora un gran no-
me seguirono,
in molti casi per diventare grandi a loro volta.
I lunedì
sono sempre serate pigre sulle scene di New York -
tutti devono riprendersi
dal week-end! Io volevo sfruttarle per far-
ne una serata
del dilettante, in modo da, speravo, attirare nuovi
clienti. Ne parlai
con Charlie Rotschild e Bob Shelton, che mi
suggerirono di
tentare un "Hootenanny". Non avevo mai sentito
questo nome prima
ma Bob sosteneva che suonava bene, e me lo
scrisse. Scopersi
che suonava meglio di "serata del dilettante": così
nacquero gli "hoots"
del Gerde's.
L'idea funzionò
proprio bene, tanto che di lì a poco non pote-
vo più
muovermi tanti erano i clienti. E la gente faceva la coda
davanti al locale!
Era stupefacente. Visto il mio successo, il Bitter
End e il Gaslight
seguirono le mie orme.
Gli hoots andavano
avanti tutta notte e attiravano molti dei
professionisti
più giovani, che ancora erano in via di perfeziona-
mento: Judy Collins,
Tom Paxton, Jack Ejliott, Dave Van Ronk,
persino un giovanissimo
Arlo Guthrie. Oh e ce n'erano tanti altri.
Io amavo tutto
questo e, mentre mi divertivo, il Gerde's diventa-
va il club più
importante della zona. Era una ribalta per nuovi ta-
lenti e mi dava
la possibilità di trovare artisti di "spalla" per le al-
tre serate. Potevo
dare a qualcuno dei ragazzi una vera possibilità
di sfondare.
Un giorno, entrò
questo giovanotto e chiese di suonare. Disse
di chiamarsi Bob
Dylan. Tutti mi assicurarono che era notevole e
che dovevo assolutamente
sentirlo. Ma io gli chiesi prima di tutto
di provarmi la
sua età, perché non dimostrava più di sedici anni.
Il ragazzo tornò
la successiva serata di hoot, con il suo certi-
ficato di nascita
o qualcosa del genere. Gli permisi di suonare
ma non mi sembrò
niente di speciale, quella prima sera - nient'al-
tro che l'ennesimo
cantante folk. Niente d'impressionante, sape-
te. Ma al
pubblico piaceva, così lo feci tornare la settimana se-
guente, invece
di dirgli, come dovevo fare a volte, che c'erano
troppe altre persone
in attesa di suonare. Mel e Lilian Bailey
continuavano a
dirmi che era davvero bravo e che si scriveva le
sue canzoni.
Decisi di dargli
un'opportunità vera e propria: due settimane
come spalla di
John Lee Hooker. Quando glielo dissi, Bobby era
così eccitato
che faceva i salti dalla gioia. John era amato da tutti
e Bobby capiva
che con lui avrebbe raggiunto un buon pubblico.
Gli dissi che
gli servivano una tessera del sindacato della Musicians Union e
una tessera per
cabaret, e lo portai dove poteva ottenerle. Fu allo-
ra che mi assunsi
il ruolo di suo tutore, perché non aveva ancora
21 anni e sosteneva
di non avere nessun parente ancora in vita.
Ricordo che l'uomo
del sindacato mi guardava con aria interro-
gativa dietro
la schiena di Bobby - sul genere "ma è vera questa
storia?"
L'11 aprile 1961
Bobby Dylan iniziò la sua prima scrittura im-
portante. Gli
avevo fatto tagliare i capelli (anche se non sembrava
proprio che lo
avesse fatto!) e gli avevo prestato un paio di blue
jeans puliti per
l'occasione. Dio, era un ragazzo così conciato!
Bobby continuò
a girare attorno al Gerde's anche dopo le sue
prime due settimane
di lavoro, suonando agli hoots e partecipando
a jam sessions
con altri musicisti. Si muoveva a un passo tremenda-
mente sostenuto,
lavorando su materiale nuovo, trovando il modo
di conoscere tutte
le persone giuste.
Decisi di dargli
un'altra mano, una scrittura con inizio il 26
settembre, insieme
ai Greenbriar Boys. Questa volta Bob Shelton
era lì
come inviato del Times e fu allora che scrisse quella famosa
recensione - quella
ristampata poi sul primo album (nota di Michele:
l'avete letta prima di questo pezzo). Bobby
ne fu
addirittura estasiato!
Ci improvvisò anche sopra un talking blues,
una sera. E naturalmente
ciò gli fornì un lancio notevole. Il giorno
dopo che era apparsa
la recensione John Hammond gli offrì un
contratto con
la Columbia Records.
Per Bobby, come
tutti voi sapete, le cose continuarono a mi-
gliorare sempre
più. Io mi sento proprio orgoglioso per tutto que-
sto. Mi sento
come se questi ragazzi fossero tutti miei figli e io li
avessi visti crescere
come persone e come artisti. Tanti di loro so-
no andati avanti
fino a diventare delle stars. Per tutti gli anni 60
il Gerde's è
stato il locale dove sentire la musica folk, il centro
della scena folknik
di New York e, forse, addirittura di quella
americana! Era
un periodo così eccitante! Tutti venivano e suona-
vano e si divertivano.
Vorrei che potessero tornare! Janis Joplin,
Simon and Garfunkel,
Steve Goodman, Phil Ochs, José Felicia-
no... Ce n'erano
tanti di loro.
Quella sera del
1975, il mio sessantunesimo compleanno, non
me la dimenticherò
mai. Arrivò Bobby con Joan Baez, Phil Ochs,
Bobby Neuwirth,
Jack Elliot, Roger McGuinn, Allen Ginsberg -
tutta la vecchia
gente, il cast di quella che sarebbe diventata la
Rolling Thunder
Revue. Ero cosi emozionato. Qualcuno mi disse
soltanto: "C'è
un po' di gente che vuol vederti"! E poi Bobby e
Joan cantarono
Happy Birthday. Tutti a due a cantare insieme do-
po tutti questi
anni - e cantavano per me! Era magico! Non
m'importò
che Rosie lasciasse cadere la mia torta di compleanno!
Mi venivano le
lacrime agli occhi - per un poco furono di nuovo
i vecchi tempi.
Almeno, posso rivedermi parte di ciò in Renaldo
and Clara.
Molti di loro
sono ritornati per le celebrazioni del ventesimo
anniversario,
nel dicembre 1979. Mi arrivò anche una simpatica
lettera di Edward
Koch, il sindaco di New York, che si congratu-
lava con noi per
l'anniversario.
Tutti quegli anni
del Gerde's - sono stati incredibili! Non c'è
da stupirsi che
fosse come casa mia! Ma i vecchi tempi non torne-
ranno mai. Non
sarà mai di nuovo come negli anni '60, nonostan-
te tutti i tentativi
di revival. Immagino che i tempi siano obbligati
a cambiare, proprio
come dice Bobby in quella canzone.
Questa è
forse una delle ragioni per cui ho deciso di ritirarmi
all'inizio di
quest'anno. L'uomo che ha comprato il club mi ha
promesso di mantenere
la tradizione musicale del vecchio Gerde's.
Io ho avuto una
bella vita; ora è il momento di lasciare che sia
qualcun altro
a provarci. Spero di aver dato a tutti qualcosa che
avesse un valore.
Loro, certo, mi hanno dato molto. Ora, sono fe-
lice di vivere
con tutti questi magnifici ricordi.
Ed ora due pezzi
sul Newport Folk Festival con la famigerata contestazione al Dylan elettrico
Newport
Folk Festival, 1965/1
di Irwin Silber
Newport Folk Festival,
1965, su "Sing Out!", novembre 1965.
La scena più
controversa del festival ha avuto luogo sul palco-
scenico gigante,
drammaticamente illuminato, a metà del concerto
finale, quando
Bob Dylan è emerso dall'aura misterica imposta dal
suo culto per
dare una dimostrazione del suo nuovo folk rock, un
genere d'espressione
che già ha iniziato a farsi strada nelle classifi-
che dei Top Forty,
quelle che danno la misura quantitativa del suc-
cesso.
A molti è
parso che non sia stato un gran bel "rock", mentre
legioni di altri
delusi hanno trovato che non sia stato un gran bel
Dylan. Gran parte
di costoro si sono sfogati restando in silenzio al
termine delle
canzoni di Dylan, mentre qualcuno ha fischiato l'i-
dolo d'un tempo.
Altri hanno applaudito e chiesto bis, trovando
nel "nuovo" Dylan
un'espressione di se stessi, proprio come gli at-
tivisti sociali
adolescenti del 1963 s'erano trovati rispecchiati nella
visione del giovane
poeta arrabbiato.
Colpito e in qualche
modo disorientato dalla reazione disomo-
genea della folla,
Dylan è tornato in lacrime sul palco, senza stru-
menti elettrici,
stanco e teso, per comunicare la sua sensazione d'i-
natteso spiazzamento
con le parole e la musica di una canzone che
ha reso paurosamente
appropriata: "It's all over now, Baby Blue...”
Newport
Folk Festival, 1965/2
di Paul Nelson,
Newport Folk Festival, 1965, su "Sing Out!", novembre 1965
Per tutta la sua
enfasi sulla tradizione e i suoi tranquilli pezzi
forti (Roscoe
Holcomb e Jean Ritchie che cantano Wandering Boy
era fra tanti
il mio favorito), Newport è ancora un luogo adatto al
Grande Momento,
il minuscolo secondo di Dramma supremo che
gela il sangue
e illumina il cervello in quel genere d'eccitazione che
s'imprime definitivamente
nella memoria. Nulla di simile a un tale
momento è
accaduto a Newport 1964 (uno stupido circo) ma Bob
Dylan ce lo ha
fornito quest'anno, nella serata di domenica: la sce·
na più
drammatica cui abbia mai assistito nella musica folk. Ecco-
ne due rendiconti,
il primo schizzato frettolosamente, sul momen-
to, nei mio taccuino.
"Dylan con quella
nuova roba R & R, R & B, R & ?, mi ha
messo al tappeto;
credo che le sue cose nuove siano entusiasman-
ti più
di qualunque cosa abbia sentito di recente, in ogni campo.
La folla di Newport,
dal canto suo, ha fischiato le sue esibizioni
con la chitarra
elettrica e poi è seguito il fatto più drammatico che
abbia visto: Dylan
che se ne andava dal palcoscenico, con il pub-
blico che fischiava
e urlava: "Butta via quella chitarra elettrica",
Peter Yarrow che
cercava di convincere il pubblico ad applaudire
e Dylan a tornare
indietro, George Wein che chiedeva a Yarrow
in tutta incredulità:
"Sta tornando indietro?", Dylan che tornava
indietro con le
lacrime agli occhi e cantava It's All Over Now, Ba-
by Blue, una canzone
che ho considerato il suo addio a Newport,
un'incredibile
tristezza sopra Dylan e il pubblico che ora infine
applaudiva perché
la chitarra elettrica era scomparsa...".
(Dylan suonò
solo le prime tre canzoni con chitarra elettrica e
gruppo).
La seconda narrazione è tratta da un lungo reportage su New-
port di Jim Rooney,
di Cambridge, Massachusetts.
"Nient'altro,
nel festival, ha causato tante controversie. La sua
[di Dylan] apparizione
è stata l'unica a rivelarsi davvero disturban-
te. Ha distrutto
la Vecchia Guardia, penso, per diverse ragioni.
Bob non è
più un neo-Woody Guthrie con cui possano identificar-
si. Ha buttato
via i vestiti rustici e le giacche ispide. Ha smesso di
cantare talking
blues e canzoni che parlano di qualche "causa" -
pace o diritti
civili. L'autostrada che percorre adesso è sconosciuta
a quanti vagabondavano
negli anni '30 durante la Depressione.
Viaggia in aereo.
Indossa scarpe a tacco alto e vestiti europei d'al-
ta classe. Le
montagne e le valli che conosce sono quelle della
mente - una mente
ben conscia della violenza del mondo interio-
re. Ed esteriore.
"La gente" amata da Pete Seeger è "la folla" tan-
to odiata da Dylan.
Di fronte alla violenza ha scelto di salvaguar-
dare se stesso,
soltanto se stesso. Nessun altro. E sfida chiunque
altro ad avere
il coraggio di essere altrettanto solo, altrettanto pri-
vo di connessioni...
quanto lui. Grida attraversa l'organo e la bat-
teria e la chitarra
elettrica: "Come ci si sente a essere da soli?". E
non c'è
da sbagliarsi, l'ostilità la sfida il disprezzo sono diretti alle
migliaia di persone
che siedono davanti a lui e non sono da soli.
Che non ci riescono.
E loro, a quanto pare, sono riusciti a capire
per la prima volta
quella sera quanto Dylan ha cercato di dire per
oltre un anno
- che lui non appartiene a loro né ad altri - e non
hanno apprezzato
quello che hanno sentito e hanno risposto a fi-
schi. Volevano
scacciarlo. Pete (Seeger) aveva dato inizio alla serata
facendo ascoltare
i vagiti di un neonato e chiedendo a tutti di can-
tare per quel
bambino e dirgli in che genere di mondo gli sarebbe
toccato in sorte
di crescere. Ma Pete sapeva già che cosa voleva
che gli altri
cantassero. Avrebbero dovuto cantare che era un mon-
do d'inquinamento,
bombe, fame e ingiustizia ma che la GENTE
avrebbe infine
VINTO... Ma non ci possono essere canzoni violente
quanto la nostra
epoca? Una canzone folk deve per forza parlare
di monti, vallate
e amore tra il mio fratello e la mia sorella su tut-
ta questa terra!
La disperazione è permessa soltanto nel blues!...
Tutto ciò
è assai comodo e tranquillo. Ma è proprio quello che do-
vremmo cantare
a quel bambino? Forse sì e forse no. Ma dovrem-
mo porre la domanda.
E l'unico in tutto il festival che abbia mes-
so in forse la
nostra posizione è stato Bob Dylan. Forse non l'ha
fatto nel modo
più diplomatico. Forse è stato rude; ma ci ha scos-
so. Ed è
per questo che esistono i poeti e gli artisti".
E' proprio per
questo che esistono poeti e artisti. Newport
1965, ed è
un fatto piuttosto interessante, ha separato per sempre
i due più
bei nomi della musica folk: Pete Seeger, che aveva visto
nella serata di
domenica un'occasione di proiettare la propria visio-
ne del mondo e
cercava di fare in modo che tutti trasmettessero la
stessa impressione
(limitando cosi le proprie esibizioni) e Bob Dy-
lan, simile a
un fiero giovane fuorilegge spagnolo in giacca di
cuoio, un uomo
che non poteva più accettare il vago, generico
umanesimo del
cantante più anziano, un uomo che, come Natha-
niel West, aveva
la sua personale visione arrabbiata da proiettare,
in canzoni elettriche
e vigorose come Like A Rolling Stone, e
Maggie´s
Farm.
E, che gli piacesse
o meno, il pubblico doveva scegliere. Se, da
un lato, accettare
la parola di un umanitarista grande e dignitoso
la cui sincerità
personale è fuori discussione ma la cui carriera
pubblica, come
quella dell'altro vecchio radicale Max Eastman,
sembra sempre
più scivolare verso una versione Reader’s Digest -
Norman Rockwell
della realtà delle cose (l'idea di Pete, di cantare
inni di pace a
un neonato fa sembrare le idee piu piccoloborghesi del
Digest estremiste
quanto un'opera di William Burroughs!); o se pren-
dere per vero
il mondo Donleavy-West-Brechtiano di Bob Dylan, in
cui le cose non
sono quasi mai graziose, in cui di rado c'è speranza,
in cui l'uomo
non è sempre nobile ma in cui, ed è la cosa più impor-
tante, esiste
una realtà che coincide con quella del pianeta.
Doveva essere
malvasia e zucchero filato o carne e patate?
Specchi sfumati
di rosa o specchi che ingrandiscono le cose? Una
brava persona
che ha soggiogato e indebolito la propria arte per la
sua costante insistenza
su un mondo che non è mai stato e mai po-
trà essere
oppure un poeta rabbioso e appassionato che chiede alla
propria arte di
essere tutto, che chiede di non essere posseduto, di
non essere limitato
o prevenuto ma soltanto, come Picasso, di es-
sere lasciato
in pace dalle critiche infantili per fare il proprio lavo-
ro, dovunque lo
possa portare ?
Non c'era da sbagliarsi,
gli ascoltatori dovevano fare una scelta
netta e l'hanno
fatta: Pete Seeger. Hanno scelto di fischiare Dylan
e allontanarlo
dal palco per qualcosa di sciocco e superficiale come
una chitarra elettrica
o per qualcosa di stagnante e nauseabondo
come la loro idea
di possedere un artista. Hanno scelto la sicurez-
za dei buoni pensieri
volonterosi invece della stilettata dolorosa,
sempre ardua,
dell'arte. Hanno forse creduto d'avere scelto l'uma-
nità in
luogo d'un temerario atteggiamento io-per-me, ma non era
vero. Hanno scelto
il soffocamento in luogo dell' invenzione e del-
l'avventura, hanno
scelto di restare indietro invece di andare
avanti, hanno
scelto la morte piuttosto che la vita.
Avevano paura,
come del resto Pete Seeger (a sua volta pro-
fondamente disturbato
dall'esibizione dylaniana), di fare il gran
balzo, di ammettere,
di considerare, di pensare. Invece si sono ri-
fugiati nella
visione di Seeger, rielaborata dagli altri cantanti as-
sai-meno-puri-di-cuore
in programma, in verità tutti a parte See-
ger: l'orripilante
seconda metà del programma di domenica sera,
che ha visto fuoriuscire
senza il minimo ritegno tutte le possibili
forme di Significato
Sociale, una nauseabonda esibizione di ego-
mania e un disperato
tentativo di agguantare pubblicità e fama. La
seconda metà
della serata domenicale (secondo tutti i resoconti) è
stata più
brutta e isterica di qualunque punto di canzone di Dylan;
e, si badi, l'impulso
verso tutto ciò veniva non da Dylan ma da
Pete Seeger (per
ironia, nonostante il pubblico avesse scelto la vi-
sione di Seeger,
è stata una vittoria di Pirro per Pete, che ne ha
riportato la sensazione
di un brutto fallimento).
E stata una triste
separazione per molti, me incluso. Io ho scel-
to Dylan, ho scelto
l'arte. Seguirò Dylan e le sue "nuove" canzoni,
e scommetto la
mia reputazione di critico (per quel che può valere)
che ho ragione. |