BUON COMPLEANNO
JAKOB!!!

(a cura di Stefano "Red Lynx")

Ciao a tutti! 35 anni fa (il 9 Dicembre 1969) nasceva a New York Jakob Dylan, ultimo dei cinque figli di Bob Dylan e Sara Lowndes e attuale leader degli Wallflowers. Per festeggiare nel migliore dei modi questa ricorrenza, ho pensato di realizzare ("pescando" un po' dalla Rete e un po' dalle centinaia di riviste, musicali e non, che ho a casa) questo piccolo "special". Spero che vi piaccia!!
Ciao, e buona lettura.

Stefano "Red Lynx"


Papà mi manda solo...
E' il figlio di Bob Dylan, ma guai a farglielo notare. Perché lui, Jakob, sa badare a sé stesso. E fare musica. Nel nome dei Clash e di Bruce Springsteen.

di Ilaria Bellantoni

Non è cosa da poco avere la poesia negli occhi. E lui, con gli occhi che si
ritrova, potrebbe anche fare a meno di parlare. Attività che, del resto, limita
allo stretto necessario rispondendo a monosillabi tutte le volte che i
giornalisti gli pongono le solite scontatissime domande: "Che genere di padre è
stato Bob Dylan?". E Jakob: "Ho 32 anni (è nato a New York il 9 dicembre 1969),
non sono un pazzo isterico, e non sono mai andato ai talk show del pomeriggio a
spifferare la mia vita privata. Insomma, si vede che ha fatto bene (papà Bob) il
suo lavoro. Se mi fanno domande intelligenti, do risposte intelligenti. Solo che
mi chiedono sempre cose assurde. Tipo: avresti potuto vivere nell'anonimato
usando il cognome Zimmerman, che è poi quello originale della tua famiglia.
Perché non l'hai fatto? Facile: mi piaceva di più Dylan".
Ovvio, suona meglio. Comunque diciamolo: Jakob Dylan non ha mai lucrato sulla
fama che poteva derivargli dal suo inarrivabile padre, l'uomo che per lui
scrisse Forever Young. Sulla copertina del disco di debutto, The Wallflowers,
non comparivano né il suo nome né la sua faccia. La sua firma campeggiava solo
nei credits. "Voglio concedermi il privilegio di mettere la mia musica davanti a
tutto", dice.
Missione quasi riuscita. Bringing Down The Horse, uscito nel '96, ha venduto 6
milioni di copie, spinto dall'hit 6th Avenue Heartache e dai 2 Grammy vinti (uno
dei quali con One Headlight, canzone-rivelazione che ha fatto degli Wallflowers
un gruppo di culto negli ambienti alternativi dell'America progressista).
E' durata poco. Quattro anni dopo, Breach non è stato accolto con lo stesso
entusiasmo, 500 mila copie appena. Deluso? "Macché. C'è una bella differenza tra
vendere dischi e fare la storia. Io non voglio proporre dell'intrattenimento,
non mi accontento di riempire un locale. La mia più grande ambizione è quella di
diventare un grande autore".
Infatti non sa fare altro che comporre canzoni. Quando, nei primi anni '90,
viveva a Los Angeles con la madre (l'ex modella Sara Lowndes, a cui Bob dedicò
tante ballate d'amore, da Sara a Sad Eyed Lady Of The Lowlands) e suonava nel
garage di casa con gli Apples, era l'unico della band a non lavorare. Il suo
mestiere, aveva deciso, sarebbe stato scrivere.



Ha sempre tenuto un basso profilo il "per sempre giovane" Jakob, invece di darsi
in pasto ai media facendo la dolce vita. E' sposato con Paige e ha 3 figli, ma
non ha mai voluto svelare i loro nomi.
Quando nel '92 il suo primo album si rivelò un colossale flop, i discografici
gli proposero di salvarsi sfruttando nelle interviste l'argomento "figlio di".
Jakob rifiutò. La sua timidezza fu scambiata per maleducazione, e lui si consumò
nella sconfitta.
Non voleva tradire il suo giuramento: mai pronunciare il nome Bob, mai usare la
parola papà, preferire sempre la terza persona, Egli, Lui, la sua musica. "Le
sue poesie fanno ormai parte del patrimonio della nostra nazione, si studiano
persino a scuola. Esistono innumerevoli biografie sul suo conto, e nella maggior
parte di queste c'è almeno una pagina in cui si citano i nomi dei suoi figli.
Ecco, io non voglio essere solo una nota a piè pagina".
Si rassicuri, non lo è. I suoi dischi hanno ottenuto critiche entusiastiche, e
l'ultimo, Red Letter Days, potrebbe essere quello della riscossa. "Volevamo che
fosse un album di dimensioni titaniche, e penso che ci siamo riusciti. Il morale
del gruppo era alto perché le nostre priorità erano finalmente in sincronia. I 2
dischi precedenti sono stati incisi in situazioni difficili. Questo, invece, lo
abbiamo registrato nello studio di Jackson Browne a Los Angeles ed è il primo
che mettiamo insieme in una condizione di assoluta serenità".
Recentemente ha detto bye bye agli Wallflowers Michael Ward, chitarrista storico
del gruppo. A sostituirlo è arrivato Mike McCready dei Pearl Jam, che si è
affiancato a Jakob, per la prima volta chitarra solista. "Sono felice e pieno di
speranze", dice il cantante. "Sarebbe troppo scontato fare i pessimisti. Dallo
scorso settembre (si sta riferendo evidentemente ai tragici avvenimenti dell'11
settembre 2001) molte cose sono cambiate, e se sei un musicista onesto non puoi
fingere che quanto è successo non ti abbia toccato. Ma hai a disposizione anche
un'alternativa: tirare fuori dalle tragedie l'ottimismo, lasciare che i pensieri
positivi ti travolgano. Per questo motivo abbiamo intitolato l'album Red Letter
Days, espressione che deriva dalle lettere rosse usate nel calendario per
indicare i giorni di festa. Vogliamo che d'ora in poi (tutte) le nostre giornate
siano memorabili".
Ascoltate When You're On Top, il singolo, e ve ne renderete conto. Oppure
abbandonatevi alle ballatone di Health And Happiness ("Ti auguro salute / ti
auguro felicità / e assolutamente nient'altro"...), Feels Like Summer Again o
Here In Pleasantville: gioia e gaudio. Ma è dal vivo che gli Wallflowers danno
il meglio. Nel 1997 hanno tenuto 275 concerti in 12 mesi, e lo scorso anno hanno
fatto da supporter a Who e Tom Petty.
Perfino Springsteen è salito con loro sul palco. "Eravamo ad Asbury Park (il
primo disco di Springsteen si chiama "Greetings From Asbury Park") ed è venuto a
salutarci. Con lui c'era la moglie Patti Scialfa. Abbiamo pranzato insieme e, a
un certo punto, il Boss ha proposto: "Che ne dite di un duetto dal vivo?".
Fantastico, abbiamo risposto. "Bene", ha aggiunto. "Allora vorrei cantare God
Don't Make Lonely Girls". Siamo rimasti letteralmente pietrificati".
Naturale allora che oggi Jakob si spertichi in vigorose dichiarazioni
d'indipendenza come quella di Everything I Need: "Ho tutto quello di cui ho
bisogno / Non ho mai visto un mondo tanto profondo quanto il mio / Non cerco
nessun posto dove risplendere / Sono soddisfatto".
Con buona pace di papà Bob.

da "Max", Novembre 2002


Due parole sugli Wallflowers

Gli Wallflowers sono essenzialmente l'espressione artistica di Jakob Dylan.
Figlio del grande Bob e di Sara Lowndes, il chitarrista-cantante-autore nacque
nel 1969 a New York e crebbe a Los Angeles con la madre a partire dal 1977, anno
del divorzio dei genitori. Gli Wallflowers videro la luce verso la fine degli
anni Ottanta, quando Jakob riunì intorno a sé il chitarrista Tobi Miller, il
tastierista Rami Jaffee, il bassista Barrie Maguire e il batterista Peter
Yanowitz. Cominciarono a farsi conoscere nella natìa Los Angeles trovando un
rifugio a loro particolarmente congeniale alla Kibitz Room, uno dei locali più
in voga della città. Esibendosi regolarmente nelle serate musicali del martedì
sera, il gruppo cominciò a raccogliere intorno a sé un seguito di estimatori che
ne apprezzavano le canzoni semplici e per nulla pretenziose, ricche di passione
e di emozione. Da quelle prime esibizioni sono nate "Ashes To Ashes",
"Sugarfoot", "Be Your Own Girl" e le altre piccole gemme che hanno fatto del
primo album un disco di spicco, subito notato dalla critica come l'arrivo di un
sicuro nuovo talento. THE WALLFLOWERS uscì nel 1992 per la Virgin ma non fu
particolarmente premiante sotto il profilo delle vendite, al punto che la casa
discografica non confermò l'impegno con la band.
Dylan tuttavia non si scoraggiò, e cambiò la formazione: entrarono il
chitarrista Michael Ward, il bassista Greg Richling e il batterista Mario
Calire; Jaffee restò e Dylan continuò a suonare la chitarra ritmica. Con T-Bone
Burnett in cabina di regia, nel 1996 usciva BRINGING DOWN THE HORSE, ottimo
album trainato dal singolo "One headlight". Rock americano tradizionale, suoni
puliti, ballate riuscitissime; come si è potuto evincere ascoltandoli dal vivo
durante incessanti tour mondiali (anche insieme a 10.000 Maniacs, Spin Doctors,
Cracker e Toad The Wet Sprocket). Il disco diventa, negli States, un sucesso
nazionale. Nell'ottobre 2000 il gruppo ricompare con BREACH, terzo album
decisamente meno fortunato del predecessore.
Segue, nel 2002, RED LETTER DAYS, registrato in buona parte con l'ausilio di
Mike McCready alla chitarra (Pearl Jam), che sostituisce in studio il
dimissionario Michael Ward.

Fonte > rockol, ottobre 2002



Gli Wallflowers in 4 date

1992
Rimasto folgorato da Joe Strummer e i suoi Clash, Jakob Dylan imbraccia la
chitarra e con i compagni di scuola forma prima gli Apples e poi gli
Wallflowers. Nel '92 pubblicano il loro primo album, ma il disco (omonimo) di
debutto si rivela un flop.

1996
Alla produzione c'è T-Bone Burnett, amico di famiglia dei Dylan. Risultato:
Bringing Down The Horse vende 6 milioni di copie vincendo anche 2 Grammy (uno
come "miglior album rock", l'altro nella categoria "miglior brano rock" con il
singolo One Headlight).

2000
Terzo album, Breach. Solo 500 mila copie, nonostante la presenza di Elvis
Costello che duetta con Dylan Jr. in Murder 101.

2002
Michael Ward, chitarrista storico della band, se ne va. Ritorna Tobias Miller
che produce Red Letter Days, il disco della riscossa. Attualmente la band è
composta da: Jakob Dylan (voce e chitarra); Rami Jaffee (tastiere); Greg Riching
(basso) e Mario Calire (batteria).

da "Max", Novembre 2002



Jakob Dylan a Milano: "Chiedetemi tutto, ma non di mio padre"...

La domanda "clou" arriva (inevitabile) quando la conferenza stampa volge ormai
al termine, dopo che Dylan Jr. ha già passato metà del tempo a schivare domande
sull'augusto padre. "Se i confronti col suo genitore le danno tanto fastidio" -
chiede un giornalista per bocca di tutti o quasi i presenti - perché si ostina a
portarne il nome d'arte?". Ma Jakob non si scompone, e mette le cose in chiaro
una volta per tutte: "E' così che sono registrato all'anagrafe. Non mi sono mai
chiamato Zimmerman in vita mia".
Uno a zero per lui, e palla al centro. Ma le curiosità restano insoddisfatte, e
l'atteggiamento del figliolo del grande Bob resta quantomeno sospetto. "Quel
nome, all'inizio, è stato più un ostacolo che un vantaggio, e comunque lo porto
con orgoglio", sibila a scanso di equivoci il bel tenebroso, di scuro vestito e
con indosso un paio di occhiali neri che ricordano tanto il papà nel periodo
beatnik e giovanile. Ma altro è impossibile strappare al giovane Jakob, in
Italia per presentare il nuovo album degli Wallflowers in uscita l'8 novembre,
"Red Letters Days". Le risposte sono cortesi, ma secche e telegrafiche. Come
quando fioccano le (prevedibili) domande sugli USA post-attentati, sulla
politica estera di Bush e sulla guerra in Iraq. Non che altrimenti il ragazzo
dispensi risposte molto più articolate. Ma così è se vi pare, e la sua non
sembra spocchia quanto sincera riservatezza, dopo tutto.
Parliamo allora degli Wallflowers, che celebrano or ora (il servizio risale al
2002) il decennale. Dovendo fare un bilancio? "Beh, abbiamo avuto i nostri alti
e bassi, ma nel complesso è stata un'esperienza bellissima e naturalmente
abbiamo ancora tanta strada da fare. Mi rammarico solo di non avere pubblicato
più dischi (erano solo tre, fino ad oggi), ma in mezzo ci sono stati molti tour
e un nuovo contratto discografico". Si parla di ospiti (Mike McCready dei Pearl
Jam: "Avevamo perso il nostro chitarrista, Michael Ward; lui (cioè McCready) era
in città e abbiamo preso al volo l'opportunità di averlo in studio") e di scelte
musicali ("L'elettronica? Io ne so poco, sinceramente. E' stato il nostro
tastierista a suggerire quelle soluzioni di arrangiamento"). Di testi ("Volevo
comunicare messaggi positivi, trasmettere speranza in un mondo migliore. Oggi
più che mai ce n'è bisogno") e dei risvolti del lavoro in sala di registrazione:
"Altri dischi - racconta Jakob a voce bassa - sono stati più difficili da
portare a termine. Stavolta ci ha aiutato il fatto di avere già otto pezzi belli
e pronti prima di entrare in studio, e di avere (soprattutto) alla console un
membro originale della band, Tobias Miller. Con lui ci troviamo a memoria, e
abbiamo potuto evitare il passaggio più difficile, quello che ti impone di
prendere confidenza con un produttore sconosciuto che cerca magari di importi le
sue idee".
Difficile tirarlo fuori dal guscio, Dylan Jr. "Se mi fanno piacere i Grammy e i
milioni di copie vendute? Certo, è come ricevere delle pacche sulle spalle per
il buon lavoro svolto, e poi vendere tanto significa raggiungere milioni di
persone. Il successo, inoltre, ci ha anche garantito maggiore libertà
artistica". Diventerà attore? Con quella faccia, potrebbe permetterselo? "Mai
dire mai. Ma per il momento trovo già abbastanza duro recitare nei
videoclip...". Veste ancora Armani? "Certo, io e gli altri ragazzi della band
nutriamo grande stima nei suoi confronti". E i suoi gusti musicali? "All'età di
12-13 anni ascoltavo i Clash, i Jam e gli X. Poi, da loro, sono risalito alle
fonti: i Beatles, Lee Dorsey, il reggae". E le canzoni di suo padre? Jakob
scuote la testa e cambia discorso.

Fonte > rockol, ottobre 2002





Discografia - Gli album

The Wallflowers (Virgin, 1992)
Bringing Down The Horse (Interscope, 1996)
Breach (Interscope, 2000)
Red Letter Days (Interscope, 2002)





Discografia - I singoli

One Headlight - febbraio '97
6th Avenue Heartache - uscito nei primi mesi del '97

The Difference - uscito nei primi del '97
Three Marlenas - aprile '98
Heroes - giugno '98
If You Never Got Sick - febbraio 2003




Wallflowers
BRINGING DOWN THE HORSE (Interscope, 1996)

Rock'n'roll onesto e allegro, ballate intense e ben costruite, testi che coprono
tutta la gamma delle sensazioni umane. Con il loro secondo disco, "Bringing Down
The Horse", gli Wallflowers celebrano il proprio trionfo.
"Il gruppo è molto soddisfatto di questo lavoro" dice il leader del quintetto,
Jakob Dylan. "Dal nostro primo album sono passati tre anni, e stavolta abbiamo
cercato di fare qualcosa di un po' diverso, qualcosa di un po' più avanzato."
Quel "primo album" non era un disco di debutto qualsiasi. Pubblicato nel 1992,
"The Wallflowers" ottenne rapidamente molti consensi. Rolling Stone, scrivendo
che "la sensibilità radicale di questo album, in un'epoca di MIDI, lo fa
apparire quasi classico nella sua integrità", e ancora che "questa è musica che
ci si addice, ed ha una saggezza superiore a quella che ci si aspetterebbe
dall'età dei componenti della formazione", lo recensì con tre stellette e mezza.
E anche "Musician" celebrò "l'ottimo debutto di una vera rock'n'roll band".
Con le sue canzoni poeticamente suggestive, con la sua forza che già esplode fin
dal primo ingresso della Telecaster, Bringing Down The Horse si basa sullo
schema di una strumentazione classica. Jakob Dylan è alla chitarra ritmica,
Michael Ward alla solista, Mario Calire alla batteria e Greg Richling al basso,
mentre l'asso delle tastiere Rami Jaffee si divide tra Hammond B3 e pianoforte.
Illustri ospiti quali Michael Penn, Sam Phillips, Adam Duritz dei Counting
Crows, Gary Louris dei Jayhawks, Don Heffington (ex Lone Justice) e Mike
Campbell, il collaboratore di Tom Petty, forniscono il loro importante
contributo al disco. Con la produzione di T-Bone Burnett, vecchio amico di papà
Dylan, la scelta delle canzoni è varia e intelligente, e il disco, registrato
nel corso di sette mesi, è straordinario. "Nel nostro primo disco,
sostanzialmente ci eravamo limitati a scattare un'istantanea sonora del gruppo
che eseguiva le canzoni", dice Jakob Dylan. "Stavolta T-Bone ci ha molto aiutati
a strutturare arrangiamenti che aggiungessero profondità e dinamica ai brani".
Dalla sublime chitarra di "6th Avenue Heartache" alla tessitura fra organo e
dobro di "One Headlight" fino alla pressante ritmica di "The Difference", il
disco regala ascolti convincenti e soddisfacenti. La dolce "Josephine" ha come
contraltare l'incalzante "God Don't Make Lonely Girls", mentre per "Invisible
City" Jakob confeziona uno dei suoi testi migliori. Il veterano di Nashville Leo
LeBlanc arricchisce con la sua pedal steel "I Wish I Felt Nothing" (LeBlanc,
sorta di "sesto membro" del gruppo, è scomparso poco dopo il termine delle
registrazioni del disco, che a lui è dedicato). "Three Marlenas", dolceamaro
omaggio a un desperado in cerca di riposo, fornisce nel testo un altro
bell'esempio di poesia, mentre nella già citata"Josephine" la voce di Jakob
suona tenera e limpida come mai prima.

TRACKLIST:
  1) One Headlight
  2) 6th Ave Heartache
  3) Bleeders
  4) Three Marlenas
  5) The Difference
  6) Invisible City
  7) Laughing Out Loud
  8) Josephine
  9) God Don't Make Lonely Girls
 10) Angel On My Bike
 11) I Wish I Felt Nothing

(da Rockol)


Wallflowers
BREACH
(Interscope, 2000)

Quattro anni tra il secondo e il terzo album fanno un periodo 'onesto' per un
buon taglio di rock and roll. Non un intervallo troppo breve, che rivelerebbe
l'ansia di cavalcare l'onda comunque, ma nemmeno un'era, come succede ai Pink
Floyd, giusto per dire un nome. E quattro anni, danno anche qualche indizio
sugli Wallflowers e sul loro ultimo lavoro, Breach. Negli Stati Uniti li
definirebbero una band 'laid back', qualcosa come rilassata, posata, in
controllo. E questa loro 'normalità', la mancanza di quell'atteggiamento che è
di chi deve esserci e farcela ad ogni costo, si riflette su una musica che è
assolutamente tradizionale ma che è assolutamente necessario tenere viva
decennio dopo decennio. Autentico pop rock americano.
Jakob Dylan ottiene molta attenzione e copertine per via del suo cognome ma -
chiarito il punto - dobbiamo constatare che nel suo lavoro riesce molto meglio
di un Julian Lennon e di un Dweezil Zappa. Il suo problema sono le liriche. E
non perché non siano buone - al contrario, c'è del talento vero anche questa
volta - ma perché, in chi ascolta, il paragone (almeno per un nanosecondo) corre
sempre a quelle di papà Bob. E poco importa se siamo ormai alla terza puntata.
Questo resterà (purtroppo) un riflesso condizionato, e una sfida persa in partenza.
Come in passato, gli episodi migliori di Breach sono quelli in cui Jakob si
concentra più sul gruppo che sui testi. Quando la band fatica a tessere una
trama all'altezza dell'obiettivo lirico del leader, il risultato è mediocre
(accade, ad esempio, in Witness); quando macina in relax, al contrario,
sfodera piccole gemme come Letters From The Wasteland o Birdcage, diverse
tra loro ma accomunate dalla solidità del suono e dall'omogeneità dell'impasto.
Qualche ascolto e il CD diventerà un compagno difficile da cui separarsi. Il
vero fan del gruppo sappia che Bringing Down The Horse era migliore, ma ricordi
anche che quell'album era un mini-capolavoro per il suo genere, anche perché
capitò a metà anni Novanta e indicò negli Wallflowers una band che girava con un
cordone ombelicale lungo trenta e passa anni senza vergognarsene. Breach è OK, e
fa venire voglia di andare a vederli suonare dal vivo.

TRACKLIST:
 1) Letters From The Wasteland
 2) Hand Me Down
 3) Sleepwalker
 4) I've Been Delivered
 5) Witness
 6) Some Flowers Bloom Dead
 7) Mourning Train
 8) Up From Under
 9) Murder 101
10) Birdcage

(da Rockol)


The Wallflowers
Red Letter Days

Al primo ascolto, quanti hanno amato i suoni caldi e "classicisti" di Bringing
Down The Horse saranno sicuramente sconcertati. O almeno così è successo a me.
L'elettronica (a mio parere assolutamente inutile quando si eseguono brani rock:
che bisogno c'è di un drumming computerizzato, forse che una batteria normale
non "pesta" abbastanza?) di When You're On Top, oppure l'assalto hard rock di
Everybody Out Of The Water possono indurre in tentazione. Cioè rifiutare il
nuovo corso del giovane Dylan, nuovo corso che peraltro già veniva annunciato
nel precedente Breach. Giovane Dylan che è sempre più songwriter e meno band: se
ne è andato il chitarrista Michael Ward e qui Dylan fa quasi tutto da solo, più
l'inseparabile Rami Jaffee alle tastiere e sezione ritmica. E il grande Mike
McCready che dà una mano da par suo.
Comunque la voglia di sperimentare e cambiare a ogni lavoro è già dimostrazione
di coraggio e di intelligenza (qualcosa il padre l'avrà lasciata, nel dna?). Ma
ascoltato attentamente, Red Letter Days rivela che Jakob è innanzitutto un
cantante sempre più straordinario e maturo, dagli umori quasi soul: ascoltate
l'intimità vellutata di Closer To You, ad esempio. C'è, nella sua voce, una
tristezza melodica che non si trova altrove, una capacità di lasciar fuoriuscire
emozioni e sentimenti come si ascolta di rado, testimonianza di una ricchezza
interpretativa fuori del comune. Here In Pleasantville in questo senso è
indicativa. E brani come How Good It Can Get dimostrano che Jakob è sempre in
grado di scrivere quei pezzi vincenti dall'uncino melodico perfetto.
Tornando all'iniziale When You're On Top, brano incalzante, è divertente notare
come il phrasing di Jakob, l'incedere vocale insomma, ricordi il fraseggio
tipico del padre, quella sorta di rapping ante litteram che il vecchio Dylan
aveva già inventato nel '65, quando i rapper dei ghetti ancora dovevano nascere.
E anche la giusta dose di rabbia e veleno di cui il padre è sempre stato
maestro: "Ti auguro salute, ti auguro felicità ma assolutamente nient'altro".
Poi, nel ritornello, il brano si apre melodicamente in modo sorprendente: come
ha notato giustamente qualcuno qua in redazione sembra quasi un pezzo degli Who.
Tracce dei quali si trovano anche nella epica Everything I Need, un brano che
avrebbe potuto benissimo stare su quel piccolo capolavoro di Bringing Down The
Horse, sostenuto da una linea discendente di tastiere e da chitarre sferzate con
rabbia.
Ci sono poi i due episodi più "hard" che gli Wallflowers abbiano mai inciso,
Everybody Out Of The Water, un gran pezzo rock, efficacissimo, dominato da un
riff durissimo ma al contempo con un passo melodico avvincente (trovarne di
brani analoghi nel rock contemporaneo), mentre Too Late To Quit non riesce a
elevarsi da un livello standard ed è forse il brano meno bello del disco
(insieme a Health And Happiness, che rimanda agli Wilco senza averne però la
genialità "decostruttiva"), segno che Jakob sta maneggiando un genere, l'hard
rock, che ancora non possiede completamente.
If You Never Got Sick e la splendida (pop di classe purissima) See You When I
Get There infine, pagano tributo al gruppo che più apertamente ha influenzato
gli Wallflowers sin dagli inizi, Tom Petty & The Heartbreakers, e già questo è
garanzia di una splendida ballata.
Red Letter Days è una sequenza di canzoni scritte on the road, incise in fretta,
con un fuoco che bruciava nel cuore del suo autore e che probabilmente dal vivo
avranno un impatto ancor maggiore.
Gli Wallflowers, senza voler spaccare il mondo in due e senza pretendere di
essere il futuro della musica, sono un perfetto esempio di classicità rock e
freschezza pop nella tradizione dei migliori esponenti del genere.

Voto: 7,5

Perché: Jakob Dylan ha dalla sua una ricchezza melodica che sembra inesauribile,
e anche se si diverte a sperimentare e a cambiare (apparentemente) le carte in
tavola, è sempre un autore di canzoni straordinario. Un disco che cresce col
tempo: diventerà un nuovo piccolo classico del suo catalogo.

Paolo Vites
 

TRACKLIST:
When You're On Top
How Good It Can Get
Closer To You
Everybody Out Of The Water
Three Ways
Too Late To Quit
If You Never Got Sick
Health And Happiness
See You When I Get There
Feels Like Summer Again
Everything I Need
Here In Pleasantville

tratto da JAM n. 87 del novembre 2002


Link around the Web

Ecco qua, per chi volesse approfondire le sue conoscenze
sull'argomento, tre interessanti siti. Il primo è quello "ufficiale" della band.
Gli altri due sono rispettivamente un sito italiano e uno spagnolo, che non
saranno forse belli e completi come quello ufficiale ma che interessanti lo sono
davvero senz'altro! Buona navigazione...
 

www.wallflowersweb.com (official website)



the wallflowers (sito italiano)
Parla del gruppo americano capitanato da Jakob Dylan (figlio di Bob Dylan).
utenti.lycos.it/SeldonWeb/the_wallflowers.htm


www.mx.geocities.com/wallflowers espanol (sito in lingua spagnola)

Qualche altra curiosità su
Jakob Dylan e i suoi Wallflowers

Sapevate che Jakob Dylan oltre che essere un grande fan di Joe Strummer e dei
suoi Clash (in un concerto tenuto parecchi anni fa [esattamente il 18 maggio
'97] ai Magazzini Generali di Milano, eseguì anche una loro cover, cioè "Brand
New Cadillac", dall'immortale London Calling) è anche un estimatore del "Duca
Bianco", cioè di David Bowie?

La maggior parte di voi conoscerà probabilmente "Heroes", uno dei brani più
famosi (era quello usato come sigla di apertura e chiusura di "Sfide", il
programma di cultura sportiva in onda, sino a qualche tempo fa, sulla terza rete
della RAI), insieme a "Changes" e "The Man Who Sold The World", di David Bowie.
Ebbene, gli Wallflowers hanno inciso nel '98 una bella cover del brano in
questione ("Heroes", appunto), pubblicata sia come singolo (nel lato B c'era,
invece, Invisibile City, la ballata forse più affascinante insieme a One
Headlight e Josephine del secondo disco di Jakob & soci) sia (sempre nel '98)
nella colonna sonora del film "Godzilla".

Gli Wallflowers compaiono inoltre (con il brano "I'm Looking Through You") anche
su un'altra colonna sonora, quella di "I Am Sam", un bellissimo film uscito nel
2001 e interpretato da (uno straordinario) Sean Penn e da (una non meno brava)
Michelle Pfeiffer.

Altre due "soundtracks" dove Jakob & soci appaiono sono, infine, quella del film
"American Wedding" del 2003 (con il brano "Into The Mystic"), diretto (questa,
in verità, non la sapevo neanch'io!) da Jesse Dylan, fratello maggiore di Jakob,
che di mestiere fa appunto il regista; e di "Zoolander" (regia di Ben Stiller)
del 2001 (stavolta con il brano "I Started A Joke"), film nel quale recitano (a
parte Ben Stiller, nel ruolo del protagonista principale) la bellissima Milla
Jovovich, la non meno bella Winona Ryder, David Duchovny (l'agente Mulder di "X
Files"), e (udite udite...) David Bowie, Lenny Kravitz e (addirittura ) il
"super-paperone" americano Donald Trump. Insomma, un cast piuttosto "variegato"...

Ultima curiosità. Come ho detto più sopra, Jakob Dylan è (anche) un grande fan
di David Bowie. Nel disco d'esordio degli Wallflowers (ossia l'omonimo "The
Wallflowers") c'è una canzone dal titolo "Ashes To Ashes", che non è però la
cover della omonima canzone di David Bowie presente su "Scary Monsters", il
capolavoro degli anni '80 dello stesso Bowie. Il titolo è identico, ma la musica
e il testo sono differenti. Che si tratti - data la stima da parte di Jakob per
il grande David - di un omaggio indiretto al "Duca Bianco"?



The Wallflowers/The Wallflowers (Virgin, 1992)

  1) Shy Of The Moon
  2) Sugarfoot
  3) Sidewalk Annie
  4) Hollywood
  5) Be Your Own Girl
  6) Another One In The Dark
  7) Ashes to Ashes
  8) After The Blackbird Sings
  9) Somebody Else's Money
10) Asleep At The Wheel
11) Honeybee
12) For The Life Of Me

Per sempre giovane / Por siempre joven / Forever young

E per chiudere in bellezza, non si poteva terminare questo "special" su Jakob e
i suoi Wallflowers senza fare un cenno a quella che rimane, a tutt'oggi, una
delle più belle "songs" mai scritte dal Nostro, ossia l'immortale Forever Young,
dedicata nel lontano '73 da Bob (sorry, papà Bob!) al piccolo (allora ne aveva
appena 4) Jakob. Eccola qua, oltre che nella sua versione originale (con
relativa traduzione in italiano), anche in una inedita versione "española"!
Buona lettura, anzi, rilettura!!
 

FOREVER YOUNG
(words and music by Bob Dylan)

May God bless and keep you always,
may your wishes all come true,
may you always do for others
and let others do for you.
May you build a ladder to the stars
and climb on every rung,
may you stay forever young.
Forever young, forever young
may you stay forever young.

May you grow up to be righteous,
may you grow up to be true,
may you always know the truth
and see the lights surrounding you.
May you always be courageous,
stand upright and be strong,
and may you stay forever young.
Forever young, forever young
may you stay forever young.

May your hands always be busy,
may your feet always be swift,
may you have a strong foundation
when the winds of changes shift.
May your heart always be joyful,
may your song always be sung,
may you stay forever young.
Forever young, forever young
may you stay forever young.
 

PER SEMPRE GIOVANE
(parole e musica di Bob Dylan)

Possa Dio benedirti e proteggerti sempre,
possano tutti i tuoi desideri diventare realtà,
possa tu sempre fare qualcosa per gli altri
e lasciare che gli altri facciano qualcosa per te.
Possa tu costruire una scala verso le stelle
e salirne ogni gradino,
possa tu restare per sempre giovane.
Per sempre giovane, per sempre giovane
possa tu restare per sempre giovane.

Possa tu crescere per essere giusto,
possa tu crescere per essere sincero,
possa tu conoscere sempre la verità
e vedere le luci che ti circondano.
Possa tu essere sempre coraggioso,
stare eretto e forte,
e possa tu restare per sempre giovane.
Per sempre giovane, per sempre giovane
possa tu restare per sempre giovane.

Possano le tue mani essere sempre occupate,
possa il tuo piede essere sempre svelto,
possa tu avere delle forti fondamenta
quando i venti del cambiamento soffiano.
Possa il tuo cuore essere sempre gioioso,
possa la tua canzone essere sempre cantata,
possa tu restare per sempre giovane.
Per sempre giovane, per sempre giovane
possa tu restare per sempre giovane.
 

POR SIEMPRE JOVEN
(palabras y musica por Bob Dylan)

Que Dios te bendiga y te lleve siempre por el buen camino,
que todos tus deseos se hagan realidad,
que ayudes siempre a los demás
y dejes que los demás te ayuden.
Que construyas una escalera hasta las estrellas
y subas cada peldaño,
que te mantengas por siempre joven.
Por siempre joven, por siempre joven
que te mantengas por siempre joven.

Que crezcas para ser honesto,
que crezcas para ser sincero,
que reconozcas siempre a la verdad
y veas la luz a tu alrededor.
Que seas siempre valiente,
te mantengas erguido y seas fuerte,
y que te mantengas por siempre joven.
Por siempre joven, por siempre joven
que te mantengas por siempre joven.

Que tus manos estén siempre ocupadas,
que tus pies sean siempre rápidos,
que tengas unos fundamentos morales firmes
cuando el viento del cambio varíe de dirección.
Que tu corazón esté siempre alegre,
que tu canción sea siempre cantada,
que te mantengas por siempre joven.
Por siempre joven, por siempre joven
que te mantengas por siempre joven.






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