Odio i “ritorni” di Bob Dylan, il giorno in cui me lo vidi innanzi sulla
copertina grigionera di John Wesley Harding fiutai l’inganno e pure era
la prima volta che una cosa simile accadeva, lunghi mesi con schiena spezzata
per una motocicletta in folle corsa lungo le strade di Newark più
o meno ed era il 31 agosto, data storica, tre mesi dopo quella tournée
europea che per noi era cosa imprendibile ancora più dei Beatles
al Vigorelli o sul tetto del Duomo, “Bob Dylan a Parigi”, “Bob Dylan
a Dublino”, Bob Dylan in camera da letto con fumi sul fondo e quella foto
di lui con cilindro e buffissimo frac accovacciato con volto di bimbo e
i proverbi eclatanti ad esempio “cosa significa quel titolo che suona –
donne in un giorno di pioggia numero 12 & 35 –“ e lui “siete mai stati
nell’isola di Madagascar?”. John Wesley Harding rompeva la nostra
mitologia e pure un giorno avremmo scoperto che quelle antenne lanciavano
qualcosa ma diomio quella serietà ostentata, quel suonare fragilissimo
e magro, i testi contorti sino all’ossessione e niente più della
straverniciata Harley Davidson in corsa sulla “autostrada 61” per far vibrare
chitarre a martello e nemmeno le scorze dell’Hey Mister Tambourine Man
con armonica di sbieco e hashisc dietro la lingua ….
Lo vidi tornare un giorno del 1970 ed era la seconda volta, e i riccioli
e il volto da scugnizzo si erano fatti lontani come in miniature di Ottocento
e “il nuovo mattino” lo obbligava a cancellare accuratamente le tracce
sul terreno, ah! Che terribili bestemmie quanto la singhiozzante voce e
le emozioni vibravano chiuse dietro pesanti saracinesche di Louis Armstrong
riascoltato quasistereo e “non fumo, odio la droga” quasi a voler gettare
sassi sull’idolo dell’altro ieri, in realtà l’eleganza era in agguato,
“Padre della Notte, Padre della Luce” e noi allibiti a leggere Ralph Gleason
in Cronache Americane “Bob Dylan è tornato fra noi” ma con chi,
di grazia, il “noi” del 1963 erano ragazzi dalla mente sbandata che volevano
capire e afferravano le penne della colomba Blowin’ in the Wind, e il “noi”
del 1965 erano pazzi scalcinati con un fix nel lobo delle orecchie e il
William Burroughs liberato organicamente come adrenalina purissima che
sognavano sballi e sballi e colpi di saliva sul naso altrui e Bob Dylan
era chiaramente il guru, il gran maestro, il punto di riferimento su cui
vertere per gli esercizi a corpo libero mentre cosa raccontava l’innocente
sbarbato Robert Zimmerman su copertine gialloro, perbenismo forse e cosa
c’importava di quel fantasma vecchio e disperato con laurea ad onorem che
tirava dritto oltre le sante preghiere del sabato sera e soddisfava solo
i romantici/masochisti che non vogliono sostituzioni nel bagagliaio
del treno? Un anno fa me lo sono visto “tornare” per la terza volta, ho
ascoltato Planet Waves e ho acceso una sigaretta per il musicista ma pure
ho intuito il dramma sottile e velenoso della nostalgia, state bene a sentire,
il signore in carne ed ossa ha nostalgia del suo fantasma, perché
la teoria è sempre stata questa e la conferma ora sotto giuramento,
Bob Dylan è sempre stato un Arlecchino delizioso ma falso, un mestierante
con la lanterna magica, un non se stesso che giocava con i sentimenti e
i modi d’essere e riusciva meraviglioso e nuovo, fu ribelle e squattrinato
al tempo eroico fatto di John Fitzgerald Kennedy riverso su Limousines
color fegato spappolato e Fidel Castro con bersaglio in bocca per la gioia
di falconieri liberals e fu frenatore della South Pacific Railway nelle
sotrie degli anni ’30 dove Woody Guthrie era il colpevole di tanto
spreco d’inchiostro e noi avevamo bisogno dei minatori inzaccherati dell’Hibbing
che piangevano miseria in cappelli e foto stinte con donne e grembiuli,
Bob Dylan fu Allen Ginsberg spostato di qualche grado e con parole saltellanti
e fu Marlon Brando e James Dean quando la Fernanda Pivano in volo su Boeing
707 faceva la spesa alla Quinta Avenue per dirci «qui c'è
un idolo del jukebox che legge Dylan Thomas, ehivoi!», fu antico
talmudista innamorato. di Sant Agostino evaso da Monte Athos quando il
pop rifluiva e la Sorbona spenta dai pompieri di De Gaulle lanciava un
SOS di repressione e infine fu Robert Zimmerman, Duluth, Minnesota 1941
una volta per tutte, sposato con moglie e cinque figli, «Spegni la
luce / Metti le scarpe fuori dalla porta / Sarò tuo baby stanotte»
.
La ruota ricomincia, ma per chi?, non certo per noi vecchi nostalgici
allora a diciott'anni con radio gracchiante Luxembourg metri duecentootto
alle una di notte per sentire la «signora dagli occhi tristi dei
Paesi Bassi» e leggere i personaggi della nostra recita immaginaria
il mattino dopo sul Corriere della Sera, Jack Kerouac UBRIACO e ignobile
alla prima conferenza stampa per farne un missile letterario o i Beatles
tornati dall'Australia con duecento ammiratori che non coprivano urlando
nemmeno lo stridore dei jets, per noi Dylan è legato a quelle estasi
e a Davey Moore che muore sul ring e a Tarantula che suonò la grancassa
della terza batteria cerebrale, proprio non avevamo mai pensato a quel
ritmo travolgente di foglie secche derivato dall'imbuto e dalla palandrana
di FT Marinetti 1913 oggi diremmo con sufficienza «déjà
vu» e allora invece inseguivamo gocce di sangue Walt. Whitman e prima
letteratura amore, quella poesia sul retro della Joan Baez numero 4 tradotta
mille volte, so di dire una rarità e me ne vanto, quella poesia
lunghissima che iniziava «in my youngest years I used to kneel»
e che spiegava TUTTO del ragazzo Dylan, tutto falso naturalmente perchè
non c'era nessun treno nella sua vita, nessuna casa della zia, nessun paesaggio
desolato e nessuna imprecazione. Ma noi amavamo crederci per dilatare i
nostri contorni di scuola-casa-pomeriggi lunghi-quattro dischi fatti girare
in minuetto e lui ci insegnava le mosse proibite come «scappato di
casa cinque volte all'età di 13, 14 1/2, 16, 17, 19 1/2, mentre
un giorno sarebbe uscito dal camino l'Anthony Scaduto con splendore cronistico
e avrebbe sentenziato «giovinezza tranquilla. piccolaborghesia ebrea»
con la meticolosità del ragioniere svizzero che ragiona per cose
essenziali e dunque alto un metroecinquantottto complesso d'inferiorità,
come avevamo fatto a non pensarci prima? - o quell'altra poesia degli «11
epitaffi schizzati» sul retro del Times They Are A Changin’, quei
graffiti dipinti sul muro della mente che rintoccavano “Vecchio Nord Hibbing
/ con i suoi vecchi cortili di pietra / declinanti nel vento / abbandonati
da tempo / finestre sconnesse / il soffio di muri sbrecciati /soffocato
nel muschio che si aggrappa», TUTTO in Bob Dylan era tragico ed eccezionale,
ogni emozione scappava dalle cose risapute e l'invenzione stava di casa
meglio che con Archimede come quel sussulto alla fine della prima facciata
del «portando tutto indietro a casa» quando lui si ferma e
poi ride e poi riparte «I was standing on Mayflower / and I know
I spied some land», quella risata grossa che ci faceva amare di più
il disco non eguale a cento altri e poi la spiegazione catturata su ritagli
vuoti di giornale « Ho visto entrare in studio una persona identica
a mia madre».
Per chi dunque le «onde dal pianeta», non certo per ragazzi
quattordicenni Bowie Lou Reed per cui Dylan hon ha volto nè storia
e forse è un sentito dire perso nell' eco come quei tanti Woody
Guthrie «che hanno sempre ragione / per quello che fanno e per quello
che dicono / intoccabili e presi per buoni», usando le parole del
Nostro in epoche lontane, teenagers che mostrano i segni scarni della stagione
di decadenza giocando con la bomba di cui noi eravamo figli infilandosi
nelle orecchie collane di marijuana conquistate duramente a prezzo di John
Lennon sulla prima pagina dei giornali e di rabbia accumulata in stanze
di polizia, mangiatori di vinile nati in incubatrici a candelotto per cui
Mister Tambourine Man è quello ascoltato sul Before the Flood, eh
no! , stiamo attenti alle contraffazioni, è ai Bob Dylan tirati
Su con l'amfetamina che sporcano il loro passato, quel disco è il
mio incubo preferito perché so che quello è il cugino di
Bob Dylan che irride il prossimo intascando cinque miliardi di diritti
d'autore, anche se non è lì il punto, sui veri giradischi
del cervello quei cinque minuti sono completamente diversi, pieni di riccioli
e di pause bastarde, di hey larghi come il sorriso di Marylin Monroe in
fondo al nostro cazzo primaverile e solenne di altalene di speranza e desideri
targati 1965 e David Crosby con problemi di bellezza a la Paul Mc Cartney
«esportato».
Qui sta la saggezza, rifiutare una macchina inutile composta da millecinquecento
pezzi falsi che producono rumore e mettono su polvere e togliere la corrente
dalle rotative che stampano «Bob Dylan tornato in studio a New York
le stesse sale in cui registrò Freewheelin» e sabotare i concerti
non andando ad ascoltare un fantasma che mette in vendita la personale
angoscia appuntita e più stridente di una lamiera incrinata, rinunciare
a questa musica che non viene più da spazi inaccessibili ma dalla
miseria o dalla penna che gracchia contratti da cinquemila dollari a minuto,
che Bob Dylan resti a Wight sotto quella croce di pietra che gli hipsters
eressero 1969 per celebrare il funerale di una muzak costosa e impellicciata,
Robert Zimmerman davvero. «Edipo scartato» e il succo della
storia peggio di Sal Paradise quando nella storiella sul retro del John
Wesley Harding il protagonista. domanda ai 3 re «Quanto lontano vi
piacerebbe andare? » e loro con beata malizia “Abbastanza” loro
«Abbastanza per dire di esserci stati».
(Riccardo Bertoncelli – Gong nr. 1/1975)
